28 giugno 1979, Castelporziano

28 giugno 1979, Castelporziano. Un giorno e un luogo (un evento) da ricordare, una “Proprietà perduta” di cui rendiconta Franco Cordelli che di quell’evento – il Festival internazionale dei poeti – è stato testimone, organizzatore ed evangelista.


Ce ne siamo già occupati. Qui. Ma non dispiace farlo ancora partendo dalla necessaria riproposizione di questo testo-testamento di quella giornata e di successive sequelizzazioni di quella. S’intitola “Proprietà perduta” e riesce per “L’Orma” (nella rediviva collana curata da Andrea Cortellessa “fuoriformato” già in “Le Lettere”) dopo che Guanda – era il 1983 – aveva ospitato quell’evangelizzazione di Cordelli che ora a noi forse appare come un necrologio per quanto vitale.

C’è, infatti, un luogo del delitto ed è quello in titolo – anche se anch’esso vitalissimo oggi ma in maniera diversissima da quelle giornate. E se c’è un delitto c’è, per definizione, anche un morto. Un morto nuovo che si unisce a quello del poeta, come lo salutò Moravia alle esequie, Pasolini giustiziato quattro anni prima, poco lontano. Due delitti, due morti, dunque, di una stessa etnia dello spirito. Ma il secondo morto è plurimo, e la scomparsa fa assomigliare quell’evento quasi a una strage.




A Castelporziano (“spiaggia comunale … cancello numero nove”) il 28 giugno 1979 muore infatti la provincialità, muore (e trionfa) il coatto, muore e attende forse inutilmente di resuscitare un festival letterario spontaneamente internazionale, muore l’ambizione e la spontaneità, appunto, di pensare di poterlo organizzare e di farlo poi davvero sapendosi poi stupire di esserci riusciti, muore l’elitarietà, studiolo e scrittoio, muore o si suicida il tappeto rosso e lo star system editoriale, il concetto di engagé sotto la specie delle stanze separate.

Muore la capacità che uno slam poetry un po’ situazionista faccia (sor)ridere ed emozionare, che manifesti il mercurio del tempo. “Castelporziano” scrive l’autore “ha rivelato miticamente l’ovvia e nuova verità di una generazione” e questo suona rinascita dopo una morte, appunto. Come sottolinea Pleynet “Il pubblico di Ostia ha rivelato l’erosione, il dileguarsi profondo di un desiderio” e con esso “un’angoscia senza nome”.

Franco Cordelli ricostruisce la scena del crimine con una voce altrettanto corale e festosa perché delle tante assenze notevoli le presenze: dalle star internazionali (Ferlinghetti, Soriano, Burrough e Ginsberg, Brodskij) alle star nazionali (la Maraini che inizia la sua lettura e si ferma, la Rosselli, Paris e Zeichen, Sanguineti, Orengo, Vassalli). Cordelli traccia i progetti nervosi della costruzione di quell’evento partendo da un incontro con il padrino Renato Nicolini a viale Tiziano, che sale e scende dal bus con la compagna e il figlio di lei.




E poi il Lungomare Duca degli Abruzzi, la sabbia e la Ragazza Cioè, il presentatore anti-eroe Victor Cavallo. La Roma a cui aspirano i reclusi poeti litoranei: “Roma è diventata un punto di incrocio tra una società tecnologicamente avanzata e il grande flusso dell’emigrazione meridionale, che porta con sé un mondo culturalmente sottosviluppato”.

Tra “Dune del Bene” e “Spiaggia del Male” Castelporziano ha messo in scena un piccolo sabba e questa trascrizione di Franco Cordelli ce ne fa rendere consapevoli, in un libro che non invecchia perché è nel tempo e non del tempo.