Alatri – Le Fraschette

Fabio Galluccio ha la vocazione civil servant. In una versione “azionista” che però non ti fa pensare all’effetto retro. Tutt’altro. Anni fa ne ha dato segno, unendola alla passione storica e dell’inchiesta, in un libro che ebbe un successo sorprendente per un tema allora poco glamour: “I Lager in Italia” (nonluoghi libere edizioni). Ne ripubblichiamo un estratto dedicato ad Alatri e al campo di sterminio “Le Fraschette”. Un viaggetto con una sua verve civile irata. Che sta bene nel nostro sito sbieco.



Alatri – Le Fraschette
di Fabio Galluccio

Del campo di Alatri, probabilmente non avrei
saputo nulla, se non fossi andato a Carpi. Lí ho comprato
il libro «Un percorso nella memoria». Nella parte
che riguarda Ferramonti, Carlo Spartaco Capogreco,
una pietra miliare della ricerca che sto svolgendo,
parla di Alatri come di uno dei più grandi campi di
concentramento esistenti in Italia durante il periodo
fascista. Là, però, oggi non penso di trovare piú molto.
Non fa molto caldo e il tempo minaccia. Percorro
l’autostrada fino a Frosinone e poi salgo verso Alatri.

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Un paese affascinante e misterioso. Domina un colle.
Mura antiche e possenti. Con una rocca massiccia,
inespugnabile, dove lo sguardo si perde alla ricerca
dell’infinito. I monti Ernici accompagnano lo sguardo.
La cattedrale svetta sulle mura. Con una plasticità
elegante. Con una rivisitazione moderna, in parte
baroccheggiante. Nei giardini, mentre una sposa sale
le scale verso la chiesa, cerco di fermare la mia mente
e di godere la pace di questo sabato di un villaggio.
Un juke-box modernissimo suona una vecchia canzone
di Nada, «Giudizio universale», rivisitata da un
nuovo complesso italiano.

Entro in un piccolo chiosco-bar. Chiedo una birra
e compro una guida di Alatri. Come sempre, nessun
riferimento al campo. Chiedo alla signora del bar se
sa qualcosa. «Sì, mio marito si ricorda che alcuni prigionieri
venivano lasciati uscire per giocare a pallone.
Giocavano benissimo. Erano quasi tutti jugoslavi.
Può chiedere a qualche vecchio del luogo».
Sono abbastanza pessimista, ma non mi do per
vinto. Percorro i vicoli medievali. Scopro botteghe di
artigiani locali, ricavate da vecchie cantine. Scendo
verso il corso principale e poi risalgo. Mi si apre di colpo
la piazza di Santa Maria Maggiore. Due chiese le
fanno corona: quella da cui prende nome la piazza e
la chiesa degli Scolopi. Anche se dominano la piazza
i due palazzi civili, in particolar modo il municipio.




È ora di pranzo. Superata la piazza mi accoglie, in
un cortile, La Conca, un locale che mi invita a sostare.
Pranzo. Il ragazzo che mi serve a tavola mi vede
scrivere e mi chiede se sono uno scrittore. Magari! Gli
accenno della mia ricerca e gli dico che sono qui per
le Le Fraschette. «Ah sì, giù, verso Fumone. Da ragazzo
ci giocavo a calcio. Ora ci stanno costruendo l’ostello
della gioventù per il Giubileo. È stato abbandonato
per anni. Vi andavano ragazzi per drogarsi o
fare sesso. Ma nulla che ne ricordi la memoria. Ho
fatto l’istituto industriale, ma mi sono sempre interessato
di storia», mi risponde.

Penso che quel ragazzo, con le sue poche parole,
abbia costruito il vero monumento della memoria, cosa
che politici e amministratori non sono riusciti a fare
in più di cinquant’anni. A fianco a me altre persone
si incuriosiscono. «Mio padre – racconta un signore
con la barba che dice di ritornare dopo anni nel
suo paese – è stato costretto dai nazisti a costruire il
campo».

In realtà, il campo fu costruito dai fascisti molto
prima dell’occupazione tedesca. Apprendo che è stato
trasformato in un campo profughi dopo la fine della
guerra e che ha ospitato libici, egiziani, tunisini o
italiani residenti in quelle nazioni e cacciati da quei
paesi in periodi di forte turbolenza politica, fino agli
anni Settanta. Mi consigliano di visitare i dintorni,
soprattutto l’abbazia di Trisulti. Prendo il numero telefonico
del ragazzo cui prometto una copia della ricerca,
quando sarà ultimata.

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Con la macchina mi dirigo verso il campo. L’estensione
è enorme. Le baracche, pur in rovina, sono conservate
e si ha chiaramente l’idea di quello che dovevano
essere quando funzionavano. Mi colpisce il
cartello della Presidenza del Consiglio per i lavori di
costruzione dell’ostello: «Campo ex profughi». In effetti,
quella fu l’ultima destinazione del campo. Il cartello
dà una valenza positiva a qualcosa di orribile,
che è stato ideato per rinchiudere uomini.
Telefono sbalordito, indignato alla Fondazione Ferramonti.

Non trovo nessuno, ma lascio un messaggio
e il mio numero di telefono alla segreteria telefonica.
All’inizio del campo, in un piccolo piazzale, c’è
una grotta che custodisce l’immagine della Madonna
di Lourdes. Fra poco ci sarà una festa in suo onore,
come ogni luglio. Stanno pulendo. Il comitato organizzatore
della festa non vive giornate di concordia,
mi spiegano alcuni membri. Questa Madonna è stata
inaugurata dal senatore Andreotti. Penso, tra me e
me, che l’ex presidente del consiglio non ha voltato
la testa per guardare lo sconcio che c’era dietro. Saprò
poi che la Madonna fu trovata semisepolta nel
campo. Probabilmente era custodita nella chiesa che
fu costruita per i deportati.




Torno alla piazza Santa Maria Maggiore. Non posso
pensare che su questo campo non ci sia un testo,
qualcuno che abbia scritto, sintetizzato i ricordi, le
memorie dei deportati. Nessuno ha raccontato? Entro
in una libreria della piazza. Chiedo se qualcuno
ha scritto, parlato de Le Fraschette. «C’è pochissimo.
In realtà, fino a pochi mesi fa avevo un libro. Non mi
ricordo piú come si chiama l’autore», spiega il libraio.
Intanto mi parla degli ultimi profughi. Anche Luciano
De Crescenzo è stato qui. E i genitori di un ex
giocatore della Juventus e della Nazionale, Gentile.
Insisto nel chiedere se si ricorda il nome dell’autore
del libro. «Forse ho il biglietto da visita». Lo cerca nel
cassetto e me lo dà. Quasi non credo a questa inaspettata
fortuna. L’autore si chiama Luigi Centra.

alatri

Desidero andare verso l’abbazia di Trisulti. Voglio
seguire l’indicazione che mi hanno dato, ma anche il
mio istinto. Percorro tra boschi meravigliosi la strada
verso l’abbazia. Come sempre, dopo aver visto il totale
abbandono di questi luoghi e la perdita di qualsiasi
identità, mi sento depresso. Malinconico. Avvilito. Incavolato.
Con la voglia di lasciare tutto il lavoro svolto.
Devo ricaricarmi. Il verde, le poche auto che si
incontrano, il volo degli uccelli che mi accompagnano
mi riconciliano con gli uomini. Arrivo nel piazzale
dell’abbazia.

Quest’abbazia cistercense mi rapisce. Mi droga di
spiritualità. Mi fa per un attimo dimenticare la mia individualità.
Annegare la personalità. Seguo un gruppo
di turisti. Entro nell’antica spezieria. Sul soffitto
affreschi di tipo pompeiano. L’effetto è dirompente.
Varie le scansie e gli scomparti. Su una parete di una
stanza c’è dipinto un frate che invita al silenzio. Fuori
dalla farmacia un piccolo, grandioso giardino. Una
piazza con una fontana precede l’entrata nella chiesa.
Non so in che consista la sindrome di Stendhal.
Se è uno smarrimento, un mancamento per la «troppa»
bellezza, io l’ho avuta. Mi sono dovuto appoggiare.
Per non finire a terra.




La bellezza ti fa perdere la testa. Ti fa smarrire. Cerchi
un’ancora «terrena», che ti aiuti a ritrovare la ragione.
La pala dell’altare, le pareti superiori e laterali.
Un gioco cromatico di rappresentazioni sacre che ti
avvolge trascinandoti, quasi risucchiato nel coro, stranamente
sul lato opposto dell’altare. Con un pannello
ligneo che separa il resto dalla chiesa, probabilmente
riservato agli altri fratelli novizi e agli altri fedeli.
Esco rapito. Travolto dalle scoperte della giornata.

Da “I Lager in Italia. La memoria sepolta nei duecento luoghi di deportazione fascisti” (Nonluoghi Libere Edizioni, 2002).