Alberto Rollo

Intervista ad Alberto Rollo sul suo “Un’educazione milanese” (Manni editore).

Rollo è uno degli editor più importanti d’Italia. Ha tenuto a battesimo, nei suoi lunghi anni feltrinelliani, una generazione di scrittori. E ha fatto scuola con il suo scouting. Tracciando un’epoca e uno stile. Originali. Non strillati ma sempre attenti al nuovo. Ma pure vicini al classico: prova ne sia che molto di quello che ha fatto rimarrà. Molto, spesso piccolo, talvolta roboante ma non per scelta di clamore. Ora prosegue in Baldini e Castoldi. Poi l’esordio come scrittore: un piccolo grande libro colmo di sguardo metropolitano, da vero flaneur. Sempre improntato alla necessità. A uno come lui c’è tanto da chiedere.

“Ho vissuto sempre a Milano e non conosco un’altra città – né posto diverso da una città – in cui potrei vivere”. Così il suo libro e la sua intensa perlustrazione metropolitana. Quasi una protagonista assoluta del romanzo, la città, quella di Walter Benjamin, per intenderci.

Per entrare più nello specifico prosegue: “Ho cominciato molti anni fa a pormi domande. Milano è così difficile da dire. Come ci si muove si sbaglia. Salvo casi rarissimi, penso ad esempio che i narratori che hanno fatto di Milano un fondale siano tutti caduti in qualche errore, di sopravvalutazione, di sottovalutazione, di colore che non c’è, di assenza di colori che è una pietosa banalità, di provincializzazione e di internazionalizzazione.

Quando si dice che da un romanzo esce “una certa Milano” mi sale una forma di indistinta apprensione. Generalizzazioni per generalizzazioni, ha mai pensato scrivendolo “questa è la mia Milano” e cosa ha concluso?

No non ho mai pensato “Questa è la mia Milano”. Ho cercato sempre di aprire alla complessità, di non essere mai compreso in un solo ideale scatto fotografico. Ciò che è “mio” comprende sempre un’altra “proprietà”, che inevitabilmente interferisce con quanto mi sembra di ritenere definitivo. Mi piace di più la dimensione dell’appartenere a una realtà che ha continuamente bisogno di essere messa a registro. La Milano di cui parlo contiene anche quelli che io considero i suoi nemici, contiene la contraddizione di essere o essere stata, al contempo, la città del cardinal Martini e quella di Formigoni, la città della Scala e quella di Canale 5.




La retorica di Milano che cambia faccia, lei l’hai rimessa a registro su questa osservazione flaneuristica del suo libro. Scrive: “Milano è diventata una città a misura di obiettivo”. Il tema della visione è importante non c’è dubbio. Si può dire che la visione in questo caso ha una sua moderna stratificazione: si può dire che vediamo quello che qualcuno ha visto per noi?

Come no. Siamo nel tempo della comunicazione assoluta. La comunicazione che precede il fatto. A Porta Nuova ci sono dei pannelli che illustrano passo passo gli interventi architettonici che hanno cambiato il volto dell’area delle ex Varesine. C’è chi si fa fotografare davanti ai pannelli, perché sono in effetti “belli”, “ben fatti” e sono soprattutto celebrativi. È come se la città dicesse Vedi, sto cambiando per te.

Parla di educazione milanese. Sul concetto di città che educa mi si sono accese tante lampadine. A cosa pensava lei?

Cerco di raccontarlo, nel libro. Succede che una città ti fa imparare a guardare, allarga l’esperienza, e lo fa, non solo attraverso il bello, ma attraverso la forza di ciò che esiste, di ciò che esiste come dimensione aggregativa. Che in via Mac Mahon ci fossero prima un villaggio di case mono famigliari e poi progressivamente edifici di edilizia popolare e poi ancora palazzi per la nuova piccola borghesia del dopoguerra, beh uno che ha visto questa trasformazione non può non essere “educato”, molto di più che da una formazione scolastica.

Vedevo, percepivo modi comportamentali, distinguevo dietro le macerie, e poi il montare dei nuovi edifici, avvertivo negli odori del cemento, del ferro, delle vernici che una città non sta immobile, e che io non ero immobile. Va da sé che un ragazzino non può consapevolizzare tutto ciò, ma lo mette negli occhi, nei gesti, nelle relazioni. Alla domanda Ma tu dove abiti? potevano aprirsi falle, silenzi, bugie, perché chi stava nel cambiamento poteva guadagnare una prospettiva più ampia. In verità anche il senso di inadeguatezza sociale era, anch’esso, una ricchezza.

Passiamo a Roma. Che città le sembra è in che rapporto la vede con Milano. Le viene di paragonarle?

Roma è sempre stata il mito. Roma è una metropoli dal primo secolo prima di Cristo. È arrivata sontuosa e papale fino ad oggi. Roma è una città difficile da governare, e ora lo si vede a occhio nudo. La “grande bellezza” non basta più. Mia moglie è romana di Prati. Anche lei fatica a riconoscere quella che è stata la sua città. Roma ha bisogno di essere amministrata molto di più di quanto non ne abbia bisogno Milano. È un paradosso ma è così.

Scrittori e luoghi. Qual è l’autore più flaneur per lei?

Lo scrittore flaneur oggi? Fra gli italiani Missiroli lo è, e Bajani lo è. E Andrea Piva lo è.

Una domanda all’editor: come si comporta con i luoghi nei romanzi. Cosa le capita di chiedere agli autori riguardo al loro racconto degli spazi?

Chiedo quello che posso chiedere, ma cerco di illuminare, quando ci sono, le note scontate. L’eccessiva toponomastica ad esempio. Il girare a destra e lo sbucare a sinistra, che sono moti e note molto televisivi. Il lettore vuole vedere. E per vedere un luogo bisogna avere il coraggio della visione, scardinare ciò che è scontato.

Una domanda all’editor-scrittore. Che gestazione ha avuto il libro? Da quanto lo scrive e da quanto pensava di scriverlo?

Il libro ho cominciato a scriverlo due anni fa quando ho sentito che stavo obbedendo a una necessità. Viene da lontano. Mi sono sempre chiesto Da dove viene questa sensazione di appartenenza? Ma ho sempre pensato che questa ossessione così mia potevo tenermela per me, poi ho letto “Gli anni” di Annie Ernaux e ho capito che ciò che ci appartiene è una forma di memoria che, se elaborata dentro una lingua meditata, può essere condivisa.

Una ancora – forse scomoda. C’è un autore con cui ha lavorato negli anni che può considerare maestro?

Ho avuto maestri, ma non per questa mia Educazione. Ma non posso non pensare a quanto mi hanno dato poeti come Sereni e Fortini e Giovanni Giudici. Non posso non pensare a Maurizio Maggiani e ad Antonio Tabucchi.

Nel capitolo “Foto di gruppo” c’è un bel racconto della senilità. Una condizione molto appropriata alla letteratura no?

Dice? Non credo. Le forme si rinnovano. È così le lingue. Mi aspetto ancora molto futuro.

Nel suo libro c’è molta musica. Un’attenzione alla voce del racconto e musica vera, citata, storicizzata, arpeggiata quasi. Da dove sono arrivate tutte queste note?

Da mio nonno melomane. Da mia madre canterina. Da tutta la mia generazione che è passata dentro la musica come attraverso un filtro rigenerante, attraverso un codice di vita, attraverso una voluttà di miete, sì anche quella, che ha arrochito le voci e distorto i suoni.
Aver scoperto che il perdono della Contessa nelle Nozze di Figaro poteva redimerci tutti, noi poveri umani, è stata la scoperta più grande. E forse quel perdono tiene insieme tutta la musica di cui siamo vissuti.