Anagnina h24

Anagnina nella sua versione che non dorme o finge di farlo.





Vi siete mai chiesti: che ci faccio qui? La domanda, che riecheggia il titolo della nota collazione di fughe nel mondo di Bruce Chatwin, non è peregrina – è il caso di dire – neppure per un “viaggiatore” romano. Che ci faccio qui? Me lo chiedo, per esempio, davanti allo spettacolo vuoto di Anagnina alle ore 24. Come ci sono finito? E, soprattutto, come ne esco? Mi concentro sulla seconda domanda perché il luogo è buio e vasto come un deserto d’asfalto e in tutto questo vuoto anche la tua stessa ombra sembra suggerire un pericolo.

Persino uno come me, timorato poco di dio e quasi per nulla degli uomini, se la vive male tutta la mitteleuropeità di questa Roma Sud-Est. Dove Est sta anche a ricordare la frequentazione nazionale. Dalle 18, infatti, come in un gioco di prestigio, Anagnina diventa una stazione di posta da cui una torma di romeni e russi si raggruppa per l’ultima birra prima di… Tornare nelle case direzione Castelli? Trovare il modo per sfangare una serata? Chi legge le cronache di Roma conosce le pagine nere degli stupri e altre violenze. Eppure, non potrà non colpirlo la morte della romena Maricica colpita da un cazzotto italiano. Era l’8 ottobre 2010 e il ventiduenne romano Alessio, al culmine di una lite, sferrava un cazzotto (si perdoni la prosa verbalistica) sul volto dell’infermiera dell’Est che moriva una settimana dopo al Policlinico Casilino. Omicidio preterintenzionale e una pena poi ridotta (seguono polemiche ma mai quante le possibili a parti invertite). Quel sacrificio ai buoni rapporti era celebrato fino a qualche tempo fa da una colonna di preghiere votive. Ora rimane solo un volto di Cristo: trasfigurazione del sacrificio degli ultimi. Uscendo il solito tappeto vitreo delle birre bevute. Sui giornali le consuete lettere indignate degli abitanti a “il direttore risponde”, giù fino al presidio delle forze armate. Insomma, un laboratorio debole di convivenza internazionale tra kebab, mercatini improvvisati e un alimentari come ne sono rimasti pochi. Fa difetto l’avantindietro sereno dei giovani diretti ai voli low cost di Ciampino. Trolley e zaini in spalla.

Ma, in definitiva, qualche giustificazione al voler lasciare l’inospitalità del luogo è possibile trovarla. Provo a chiedere a qualcuno notizie dei bus sostitutivi della metro già chiusa alle corse dei giorni feriali senza intercettare nessun idioma italiano. A furia di girare nel tondo delle sommarie indicazioni trovo il posto giusto ma il bus non parte e allora, per impazienza, mi avvio a piedi verso il mondo abitato camminando sul lato destro. Sopra mi scorre la pista della sopraelevata e passo l’edificio rosso casa cantoniera che ospita una scuola e la biblioteca comunale. Un autolavaggio che promette la doppia soluzione di un LAVAGGIO ACCURATO e di uno più rapido ed economico, solo esterno. A sinistra, coperto dalla strada, non posso vedere, purtroppo, a che punto sono i lavori del restauro dell’Osteria del Curato (ma è bello scoprire com’era nelle foto del sito del comitato di quartiere: qui). Un complesso secentesco in cui, per spiegarne l’etimologia, un prete preparava da mangiare per i contadini della zona e una stazione di sosta per chi portava il vino dai Castelli a Roma. Insomma un luogo con un destino che si ripete. Non è chiaro se la trattoria-osteria (senza più curato ormai) riaprirà e quando, se la chiesetta – anticamente di pertinenza della Basilica di San Giovanni in Laterano – sarà visitabile ancora. Da qui agli studios di Cinecittà pare facile ma un po’ l’ansia di vita che un chilometro dura un attimo fatto di smog e macchine che sfrecciano e sono all’angolo del muro che recinta tutto il nostro Grande Cinema. Che ci faccio qui? E’ una domanda a cui mi piacerebbe rispondere pensando di doverlo varcare per ritrovarmi in una fantasmagoria felliniana. E invece, locco locco, me ne torno a casa.

 

Da fare

Un panino all’alimentari Rocchetti.