Andrea Piva

Intervista ad Andrea Piva, autore de “L’animale notturno” (Giunti) e star internazionale di poker.




Prima di questo romanzo Piva è stato autore di “Apocalisse da camera” (Einaudi). Ma, ancora prima, si era fatto notare per la sceneggiatura de “LaCapaGira” – un vero piccolo film di culto – e di “Mio Cognato” entrambi per la regia del fratello Alessandro Piva. Nel 2008 firma, invece, la sceneggiatura di “Galantuomini”, di Edoardo Winspeare. Sempre nel 2008 per il regista austriaco Thomas Woschitz, ha scritto “Universalove”, “film konzert” musicato dal gruppo austriaco Naked Lunch.

Nell’esergo del tuo libro c’è questa frase del grande ribelle per eccellenza della nostra letteratura Luciano Bianciardi: “Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha”. C’è anche Celine, e due. Insomma, si parte e subito vai giù duro con i messaggi. Cosa pensi della letteratura e della sua “scomodità”? Deve esserlo e perché?

Be’, non credo che la letteratura debba essere necessariamente scomoda, di certo però lo è molta di quella che piace a me, se non tutta. Mi piacciono le menti provocatorie, insoddisfatte, polemiche. Credo che la provocazione sia una cosa fertile; apre la mente, insegna che esistono altri modi di vedere le cose. Poi in arte esiste anche il bello in sé, e non è che io sia insensibile al bello, ma il punto è che sono davvero pochi i grandi mestri che non siano stati anche maestri del dissenso.

Per rimanere alle prime battute e per quanto mi riguarda, mi sono interessato al tuo libro leggendo la prima potentissima riga e mezza “Ricordo con precisione il momento in cui ho deciso di diventare ricco”. Poi prosegue ma senza ellissi. Diretto, franco, ossuto. Cosa chiedi alla tua scrittura?

Di non fare vedere troppo i fili mentre racconta senza morale d’accatto aspetti della contemporaneità che non possono emergere altrimenti in un’epoca in cui il giornalismo è ridotto alla povera moralistica cosa che è, per lo meno da noi. Alla mia scrittura chiedo di essere il concentrato di tutto quello che penso del mondo, senza che ne mostri il peso, e di mettersi nella zona magica in cui non è né troppo sofisticata né troppo poco. Deve potere mandare messaggi complessi ai più avvertiti ma parlare con chiarezza anche a quelli che lo sono meno.




So che sei una campione di poker, specialità texas holdem. Dell’incontro col gioco hai scritto in un racconto pubblicato su “Lo Straniero”: “è avvenuto per caso: stavo attraversando un periodo di crisi con la scrittura, una crisi non tanto creativa quanto economica, e non volevo scrivere per la televisione che era diventata l’unica possibilità di lavoro, questo cimitero degli elefanti d’intelletto”. Allo scrivere mi sembra che assegni una certa importanza e lealtà. La chiedi anche a quello che leggi? Quali autori la possiedono per te?

Certo che la chiedo. Da Apuleio a Berto passando per Petronio e Parise tutti gli scrittori che mi hanno entusiasmato nella vita l’hanno avuta. Di contemporanei non saprei. Forse Ellis. Ma è assai difficile essere buon giudice dei propri contemporanei, e io non sono un addetto ai lavori, leggo solo per passione, se una cosa mi annoia la mollo, e cerco solo spiriti a me affini, gli spiriti dionisiaci che danzano sul mondo tra una risata di beffa e un pianto alla tragedia del vivere. E sì, per me uno scrittore deve essere soprattutto autentico, deve presentare una visione forte e personale del mondo, altrimenti non me ne faccio niente, dei facitori di belle storie non me ne faccio niente. Li rispetto, a periodi li invidio anche dato che vendono infinitamente più di me, ma non mi interessano granché.

Hai alle spalle, per rimanere alla franchezza, uno di quei rari film (“LaCapaGira”) che hanno fratto gridare a un piccolo imprevisto miracolo di novità – cosa che nel nostro cinema accade di rado. Così – come refrain del libro – c’è sempre questo confronto tra scrittura letteraria e sceneggiatura. Che cosa pensi a proposito di questo e quanto senti lontana quell’esperienza?

Quell’esperienza mi è piuttosto lontana dal punto di vista cronologico e come esperienza di vita, ma rappresenta una parte ancora molto viva di me: quella che provoca, per l’appunto. I miei personaggi erano delle specie di animali che parlavano di cose anche agghiaccianti con assoluta naturalezza, per di più in un linguaggio truce, violentissimo. Il popolo bella gente della retorica contemporanea non esiste e non mi interessa. Con quel copione volevo rappresentare un concetto su cui lavoro da sempre, ovvero che la normalità non esiste, e che non esiste una sola morale. Esistono gli ambienti, le culture, e gli uomini che le abitano. Se il mondo facesse proprio sul serio questo concetto sarebbe giocoforza un posto migliore, più rispettoso delle diversità e delle autonomie degli individui.




Per quanto riguarda il confronto tra scrittura letteraria e cinematografica, io dico che è impietoso a danno di quella cinematografica. Per lo meno per come la si intende oggi in Italia, la scrittura cinematografica è tanto più appetita quanto più imbelle e spuntata. Ed è cosa comprensibile, intendiamoci, perché il cinema, dati i suoi costi, ha bisogno di una base di consenso molto ampia per sostenersi. Ma la scrittura cinematografica senza produzione non esiste, proprio non viene alla luce in una forma compiuta, mentre per esempio in letteratura un libro che anche venda sette copie in tutto è comunque tutto quello che doveva essere, non ha bisogno di passare il vaglio di terzi per venire al mondo. Insomma la letteratura è libera nel dna, mentre la scrittura cinematografica è nata e vive in gabbia, e la libertà in arte è tutto, almeno secondo il mio punto di vista.

Riguardo al poker – sentendone parlare, al di là dei tecnicismi – si ha l’impressione che richieda una certa qual forma di controllo di se stessi e “muscolarità” più che fortuna. E’ così?

Sì, senza dubbio. Senza autocontrollo a poker non puoi mai vincere su un numero consistente di partite. Infatti credo sia una grande scuola di temperamento, è come un’arte marziale, è una guerra. Non a caso uno dei libri più letti nell’ambiente pokeristico è “L’arte della guerra” di Sun Tzu.

Come ti sei trovato a giocare a poker e che effetto ti fa girare il mondo per le carte?

Mi ha fatto un effetto strano, di spaesamento felice. Sentivo di non essere nel mio elemento e la cosa mi piaceva da morire. Mi piace sentirmi estraneo, nascondermi tra i diversi da me. Poi però a un certo punto è subentrata la noia e ho dovuto mollare. Mi ci sono ritrovato un po’ per caso. Giochicchiavo, ho iniziato a vincere molto quando ancora non sapevo giocare, poi ho capito che si poteva imparare a giocare meglio e a vincere di più, e a un certo punto è scattata la molla della competizione: volevo diventare un grande giocatore, e sentivo di avere quello che serviva.

Mi è piaciuta molto, nel tuo libro, la figura di Testini, anche lui un giocatore. Ma compulsivo anche se suscita simpatia. Un po’ come se servisse a dimostrare – ovviamente il personaggio non è solo quello: è un incontro tra le età, tra i bisogni e altro ancora – che ci sono diversi modi di giocare.

Sì, quel personaggio è un po’ una contraddizione in termini perché gioca a giochi che non si possono battere dal punto di vista matematico e però è al tempo stesso un grande esperto di teoria dei giochi, mi piaceva questo suo essere tanto solidamente incoerente. E, come dici tu, mi serviva anche a rappresentare, non troppo didascalicamente, un modo di giocare ormai “sorpassato”.




“L’animale notturno” è un atto d’amore per Roma (“Se Roma fosse una donna non penserei ad altro che a lei” e, più iniziaticamente, “Si sarebbe detto che Roma stessa fosse un segreto tra lei e i pochi che lo conoscevano”). Si parla della Roma del Centro – Pigna, Sant’Eustachio e Parione – anche se la casa del protagonista in via della Malmignatta è inventata. E’ solo questa la Roma che ami? Si contrappone a qualche parte della città che ti infastidisce?

Oh, Roma per me è solo quella. Poi Trastevere, e al limite Monti. Il resto sono chiacchiere da agenzia immobiliare. Uguale a un miliardo di altri posti al mondo.