Appia milionaria

Questo racconto è uscito sulle pagine romane de “l’Unità” il 29 dicembre 2005 con il titolo “Niente «smorfia» al tavolo del Bingo. Una serata in una delle sale più grandi della città tra casuali compagni di gioco e silenziose sconfitte”. Lo ripubblico così come uscì allora.


 

Anni fa la parola “bingo” sembrava evocare scenari esterofili la cui unità di misura era la pinta, la libbra o il pollice e il suono faceva tanto Great Britain. Eppure qualcuno si ostinava a sancire qualche felice e rocambolesco evento chissà perché con quella parola come se fosse l’interiezione di un colpo di fortuna. Poi venne l’anno santo dell’import italiano e si discusse animatamente sulla liceità di quella acquisizione e si crearono due sistemi di pensiero. Quelli «che dopo tutto è come una tombola» e quegli altri del «si salvi chi può». Un po’ di tempo è passato e, chi senti senti, si dice che, almeno a Roma, non va così bene l’affaire Bingo. Salvo eccezioni. E tra le eccezioni si avanza sempre il nome del Bingo Re nei pressi di piazza Re di Roma con i suoi 170 milioni di euro di ricavi nel 2003 e con gli 800 mila giocatori annui.

Andarci non solleva le nostalgie profonde che hanno sostituito i ricordi di cinema della mia adolescenza e seguito. Per dire: Rouge et Noire a via Salaria, Ritz a viale Somalia o Garden a viale Trastevere. Nei primi due casi mi è pure capitato di varcare la soglia di quella nuova ragione sociale ed è stato straziante pensare a film, anche dozzinali, degli anni Ottanta seppelliti da questa ansia di denaro e questa fissità che inquadra un tabellone con i numeri dove prima vedeva muoversi le ombre sacre della settima arte. Lo choc al Bingo Re è risparmiato e i ragazzi che soggiornano stanziali al centro dei giardini della piazza, in questi giorni occupati da un commovente mercatino natalizio di Heidelberg, tra wurstel, stinchi di maiale e weiss bier, ci tengono a dirmi che il loro «è il bingo più grande in Europa e che è sempre pieno», come se recitassero uno spot gratuito. In realtà è il più grande d’Italia e basta e non senza i malumori dei nove condomini, ad anfiteatro, in mezzo ai quali è sorto. E quando entri in un varco tra due palazzi, in mezzo a cartelli che ti invitano a non rumoreggiare nel rispetto di chi ci affaccia sopra e macchinette delle sigarette, scompare la sensazione di disagio o di distacco ideologico e ti trovi a comprare un biglietto dietro l’altro nell’ansia di vittoria. Ma è un disagio solo tuo a sparire.

Quello di chi abita qui è tutto al vivo, da mezzogiorno a notte fonda, e si muove tramite il comitato di quartiere e Cittadinanzattiva che hanno mandato più di un SOS da questo cuore popoloso dell’Appia. A un euro a cartella (talvolta 3 euro per le giocate speciali) cominci a rosicchiare il tuo piccolo patrimonio di sconfitta prefissata, salvo poi scendere un pochino sotto per tentare ancora una volta, a caccia di migliaia di euro. Attorno a te gruppi, assemblati con una considerevole casualità, mischiano età, sessi e stili di vita all’insegna de «l’importante è strillare» come dichiara uno dei miei cinque compagni di tavolo. Per un gioco delle probabilità nel mio e nei quattro confinanti nessuno strilla «cinquina» e nessuno «bingo» nonostante comprino quattro cartelle per volta controllandole con una velocità da codice a barre.

Euro su euro si accartocciano al centro del tavolo i cedolini dei nostri comuni dolori, vicino ai pennarelli neri o ai marker fluorescenti. Il sentimento è: rassegnazione rimandata o speranza dilatata. Ma nessuno, come accade a me tra lo stupore circostante, saluta le sconfitte con una parolaccia e anzi mi guardano con un misto di compatimento e scandalo – e va detto che non è un tavolo di educande o seminaristi – quando non trattengo un deluso e perentorio… all’ennesimo sfumare del premio. L’altra grande regola, oltre a questo riserbo scaramantico, pare essere che le tre file di numeri a strappo e in serie vanno vendute per ordine di seduta al tavolo e un ragazzo polacco con giubbotto e cappello marchiati rosso e Ferrari si mortifica come se avesse infranto un codice medievale anticipandoci. I numeri si susseguono ad un ritmo vorticoso e io e chi mi accompagna continuiamo a comprare cartelle mentre un Babbo Natale in panno lenci ci offre mini-tramezzini gratis. Sete. Ordiniamo una schweppes.

La sala in cui sediamo, solo «perché fa più vizio e bisca», è una sala fumatori ed era da mesi che non mi accadeva di rimanere in un luogo chiuso dell’estraneità tra nuvole di nicotina in fumo. Attorno il nulla in un silenzio fatto di concentrazione. Come se fosse la sala di una nave su un mare calmissimo, tra la voce quieta e veloce che inanella un numero dietro l’altro senza quelle interruzioni proverbiali delle tombole parentali, che chiedono di mischiare bene o citano la smorfia a memoria. Poi uno strillo e un’affermazione-domanda «è stata chiamata tombola?!». I ragazzi di sala che verificano, si richiama la scheda, si conferma. Nessun commento. Il pattinare dei camerieri che scivolano spumantini, e acque toniche e birre tra lo spegnersi e accendersi delle sigarette, la nuova vendita delle cartelline. Sì che l’importante è strillare ma… Il mio vicino insiste perché la sua compagna (che ha già perso evidentemente il perdibile) si risieda, si ritolga il giubbotto e ricominci. Non sapresti dire la miscela esplosiva di questa relazione tra coppie improvvisate e improbabili. Né l’assemblaggio del tavolo senza il rispetto di altri criteri che la casualità delle palline estratte per cui non fa strano a nessuno che una famiglia di rom arrivi e si sieda per iniziare a giocare chissà quali magre o ricche fortune, magari raccolte con un gesto disperato del mattino in un piattino di carta, come un vizio mendicante.