Auguri Argot!

Festeggiamo i trent’anni del Teatro Argot di Trastevere. Lo facciamo con un estratto dal libro di Maurizio Panici “Epifanie: l’Argot tra passato e futuro” (a cura di Marzia G. Lea Pacella) che esce per Editoria&Spettacolo. Il testo che vi proponiamo è la rielaborazione di un’intervista allo stesso Panici fatta da Andrea Porcheddu. Il libro è la storia e il racconto del percorso teatrale di un regista-attore, quelli di Maurizio Panici, che qui ci offre le sue riflessioni e le sue idee della vita teatrale e del rapporto arte-vita-teatro.

Per una privatissima storia dell’Argot
di Maurizio Panici

Il primissimo ricordo è molto curioso. L’avventura dell’Argot
Studio è iniziata grazie a un incontro e un lavoro fatto insieme
a Marco Delogu – che già vent’anni fa si occupava di fotografia
– e a un altro giovanissimo ragazzo Sergio Colabona che si
occupava invece di video. A me il compito di pensare il Teatro.
Avevamo appena creato l’Associazione Argostudio e in occasione
di alcune sfilate di moda organizzate da Vogue venne a
Roma un grandissimo fotografo, Art Kein, che cercava una
sala pose particolare, uno spazio in cui lavorare. Capitò per
caso all’Argot, gli piacque molto, tranne che per il colore:
fummo costretti a cambiarlo completamente in una notte! E
non fu facile. Il primo ricordo quindi è legato a una grande
fatica, a un lavoro fisico, materiale, vero.
Volevamo creare un luogo dove linguaggi diversi potessero
confluire, incontrarsi, dialogare. Un’idea ampia, che abbracciava
codici espressivi diversi: il cinema, la fotografia, il teatro
e anche le arti visive… per qualche tempo abbiamo seguìto
questo progetto. Ma il teatro ‘vero e proprio’ nasce con un’altra
avventura, con uno spettacolo, secondo me bellissimo, di
Enrico Frattaroli tratto dall’Ulisse di Joyce, “Fluido fiume”, con
Mirella Mazzeranghi, Franco Mazzi. Un lavoro che ricordo
ancora adesso con grandissimo piacere. Lo spettacolo diede
tra l’altro un segnale importante, significativo, per quello che
sarebbe stato il nostro percorso successivo, perché centrale
era il tema del linguaggio, della lingua. E la lingua di Joyce è
fantastica…

interno

(Il teatro) era di forma completamente diversa, anche per la sua caratteristica
mobilità. Ricordo che, sul fondo, aveva tre enormi veneziane
bianche (era rimasto tutto bianco, dopo la seduta di foto).
Avevamo costruito uno spazio assolutamente diverso e la
scena dello spettacolo fu realizzata proprio su quel fondale con
gli elementi che si aprivano e chiudevano velocemente e con
luci molto particolari. L’anno successivo aprimmo l’Argot
Teatro, una vecchia lavanderia, un luogo magico: il boccascena
era di poco superiore ai tre metri! Eppure quel minuscolo palco
venne inaugurato, nel novembre del 1985, con un grandissimo
seminario tenuto da Annie Girardot, un mito. Il seminario
verteva sul rapporto fra cinema e teatro… fu un successo insperato.

L’Argot nasceva innanzitutto da una necessità: la necessità di
avere una ‘casa’. Una casa per poter incontrare altri artisti, per
poter elaborare insieme progetti, per poter discutere. Il modello
era la factory di origine anglossassone, un luogo che desse la
possibilità di fare esplorazioni diverse, non solo sull’oggetto
squisitamente teatrale. Essendo figli di un teatro più di ‘immagine’
e di scrittura scenica abbiamo progressivamente iniziato a lavorare sul teatro di poesia,
fino ad arrivare al racconto del contemporaneo. Così si è chiarita la vera natura dell’Argot:
abbiamo iniziato a raccontare ‘storie’ in un momento in cui il
teatro non frequentava con assiduità la drammaturgia.
Per gli attori misurarsi con l’Argot ha significato anche, da
sempre, portare nel proprio lavoro un elemento di profonda
sincerità: confrontarsi con qualcuno, con una persona ‘altra’
seduta a meno di 50 cm da te ti costringe a non barare, e noi
cercavamo questa ‘verità’ nell’approccio alla scena…
C’era, da parte di tanti attori – giovani e meno giovani –, il desiderio di
venire all’Argot, di cimentarsi con questo tipo di teatro. Mi sembra una
tendenza abbastanza interessante: anche attori di tradizione, o comunque
di scuola, venivano qui a cercare la loro ‘casa’. Una tendenza che si è
consolidata nel tempo…

Layout 1

Epifanie

Questa è stata anche una funzione importante dell’Argot: la
palestra. Così mi piace identificare il lavoro fatto rispetto
all’arte attoriale: lo ‘studio’, la parte più nobile della pratica.
Non c’erano, non ci sono mai state, preclusioni a livello ideologico:
qui l’attore poteva ‘tentare’.
Abbiamo dato spazio a spettacoli anche molto diversi per
poetica: non raccontavamo solo le storie di Marino o di
Duccio Camerini, ma ci siamo aperti alla ricerca linguistica
con Shakespea Re di Napoli e Delirio marginale di Ruggero Cappuccio,
e Nunzio di Spiro Scimone, che ricordo come esperienze
folgoranti.
Dunque il nostro è sempre stato un teatro disponibile all’incontro;
ci interessavano e ci interessano soprattutto quegli
artisti che usando la parola cercano una comunicazione forte
con l’interlocutore, quel pubblico che allora – vent’anni fa –
si stava svegliando, formando…

Info.
ArgotStudio – via Natale del Grande, 27.
http://www.teatroargotstudio.com/