Guido prende nota

Guido prende nota e scrive GUIDO a stampatello e ancora e ancora. GUIDO. E poi giù una crittografia dove si ripete FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE FARFALLE. La parola FARFALLE nella sua serie Leggi di piùGuido prende nota[…]

Matilde Serao – Via Nazionale

Da un racconto di Matilde Serao – “Un suicidio (Julian Sorel)” – tratto dalla raccolta “Gli amanti”: una passeggiata per Roma in cui il vagare segue i tormenti della mente.




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Il Teatro Argentina

Esce “Andare per teatri” (il Mulino) e ci riguarda. Roma ha, infatti, tanto da dire attraverso la voce talvolta solo muta delle sue quinte, delle sue scene. Attraverso la scrittura vivace del suo autore, Nicola Fano, scopriamo la genesi “normale” del Teatro Argentina.


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Galoppa galoppa!

Anche se molti di voi la conoscono solo a tempo di rock e quindi vi appare un po’ woodstokkiana sappiate che Capannelle mentre voi zompate a ritmo di tamburo poco prima questo luogo ha visto questa festa di colori setosi e nitriti.



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Alive poet society a Castelporziano

Cosa è successo a Castelporziano tra il 28 e il 30 giugno 1979? Kermesse woodstockiana in settenari? Versi liberi nei cannoni? Cannoni tout court? O forse solo una “Alive poet society” che si ritrova speranzosa e vitalistica tra le dune del mare romano? Lo scopriamo attraverso uno degli animatori delle giornate del primo Festival internazionale dei poeti, Simone Carella, che fa da introduzione alla sbobinatura di quell’happening in un libro appunto di Simone Carella con Paola Febbraro e Simona Barberini, “Il romanzo di Castelporziano. Tre giorni di pace, amore e poesia” (Stampa Alternativa), di cui vi proponiamo inoltre un paio di pagine e una carrellata di foto di Piero Varroni (lui, autori ed editore congiuntamente ringraziamo). Ma iniziamo proprio dalle foto.





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Piazza Vittorio e Amara Lakhous

Le antologie su Roma, per solito, mirano a ricostruire una narrazione della città. La cui complessità spesso offre una varietà di sguardi naturale. Mai come nel caso di questa nuova raccolta che esce per la Bordeaux il caleidoscopio cerca completezza. Pur nell’accettazione di una inesauribilità. “Rome. Nome plurale di città” a cura di Giorgio de Finis e Fabio Benincasa non si accontenta, a dispetto del titolo, di offrire questa sola pluralità come numero ma come varietà. Lo fa mischiando competenze e visioni. Valerio Magrelli o Mario Perniola, Edoardo Albinati o Tomaso Montanari, Pablo Echaurren o Igiaba Scego, Francesco Careri o Massimo Lugli: le 392 pagine di questo volume offrono una grande ricchezza di voci. Abbiamo estratto dal grande vassoio di questa pluralità il racconto “A piazza Vittorio ho vissuto il futuro dell’Italia” di Amara Lakhous. Ringraziamo autore ed editore per avercene concesso il diritto, per così dire, di replica.




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Il teatro di via Belsiana

Vi immaginate se non l’avete vissuta e vista la Roma del beat? Senza fare sforzi titanici o storiografiche ecco un libro che ricrea quelle atmosfere. Lo ha scritto Claudio Pescetelli per Zona editore: “Roma Beat. I duemila giorni che cambiarono la città eterna”. Abbiamo scelto per voi l’esperienza del Teatro di via Belsiana con i Volonté protagonisti (nella foto Claudio, il fratello meno noto).





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