Bombolo

Ricordiamo Bombolo pubblicando l’introduzione al libro di Ezio Cardarelli “E poi cominciatti a fa’ l’attore” di Marco Giusti della casa editrice campana Ad est dell’equatore (che ringraziamo per la concessione del brano). Bombolo (1932-1987), nome d’arte di Franco Lechner, venditore ambulante di pentole nel centro storico – un mio amico lo ricorda davanti al negozio dei suoi nonni a via delle Coppelle – fu scoperto da Pingitore che lo portò sulle scene del Salone Margherita. Poi Corbucci e Milian/Gilardi/Monnezza e diventa Venticello (glissiamo sulle simbologie). Una macchietta, una caricatura. E pure un gran successo che si infrange sulla soglia dei 55 anni dopo poco più di tre lustri di schiaffoni alla slapstik comedy presi in una nemesi dal sapore masochistico durata una quarantina di pellicole. Nato nel rione Ponte, di stanza nella Trastevere (al ristorante “Picchiottino” il fatale incontro con il successo, in un’altra osteria l’arresto cardiaco fatale) dei vicoli, morto al Forlanini, salutato alla Chiesa Nuova, inumato a Prima Porta sotto il vessillo “core de Roma”. Il resto è la leggenda che ci racconta Giusti in nome dello Tzé che lo ha reso famoso (la foto è (c) wikipedia).

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Tzé, tzé
di Marco Giusti

Tzé, tzé. Un libro sulla vita e le opere di Bombolo? Certo che ne abbiamo
bisogno. Perché non ci sarà mai più un altro Bombolo
nel cinema italiano.

E ci mancano le sue battute al punto che già a leggerne di
nuove in questo libro ci esaltiamo. Come se non ne conoscessimo
già abbastanza. Il fatto è che Bombolo non era esattamente
un attore, era qualcosa di reale, di pesantemente vitale e
scatenato, precipitato nel pieno del teatro e del cinema comico
italiano degli anni ’70 e primi ’80. Come un meteorite.
E infatti ci colpì immediatamente con una forza inaspettata.
Come se ci fosse sempre stato. Senza bisogno di un Fellini che
lo scoprisse.

Quando arrivò sui nostri schermi, fra tv e cinema, lo riconoscemmo
subito. Esattamente come lo riconobbero Eli Roth
e Quentin Tarantino in W la foca. Al punto che in Inglorious
Bastards, quando i bastardi si travestono da italiani e devono
esprimersi nella nostra lingua di fronte a Christoph Waltz, si
sforzano di imitare gli tzé tzé di Bombolo. Me lo ha confermato
Eli Roth. Avevano imparato un po’ di italiano imitando
il dottor Patacchiola in W la foca. Non solo. Quando vennero
a presentare il film in Italia, Eli Roth, di fronte al pubblico dei
critici italiani stupiti li salutò al grido di Viva Bombolo! Senza
sapere quanto poco i critici italiani avessero apprezzato quel
film e Bombolo. Il pubblico no. Lo ha sempre amato. E io pure.

Mi ricordo che lo incontrai un secolo fa durante la registrazione
di un programma sul cinema ideato e condotto da Vittorio
Gassman, Cinecittà Cinecittà. C’erano Alvaro Vitali, Marino
Girolami, Michela Miti, Renato Nicolini, Mario Merola e c’era
Bombolo.
“Tu, Bombolo, hai inventato le scorregge al cinema!”, gli
dissi prima delle riprese ricordandogli di Venticello nei film di
Tomas Milian. “Quando mai!? Tzé tzé. E chi te l’ha detto? E
che fai il critico della merda…”. Ci rimasi male. Poi, neanche un
quarto d’oro dopo, incominciò a vantarsi della cosa. “Ebbene
sì, tzé tzé, so’ stato io a portare le scorregge al cinema, è vero”.
Aveva negato per paura che a causa di questa assurda paternità
i produttori non lo facessero più lavorare al cinema. Sbagliava.
Bombolo poteva fare qualsiasi cosa. In quel tipo di cinema,
si muoveva meglio di tutti. “Tra gli ultimi caratteristi italiani
è un gigante”, scrivevo già allora, nel 1982. “Ha un fisico e una
voce impensabili per qualsiasi altro cinema che non sia quello
italiano più sporco e sudato.

Ex piattaro della zone di Vicolo delle Palle a Roma, Bombolo
è in pieno il comico preso dal vicolo e portato sullo schermo.
Con una voce inconfondibile e facilmente imitabile dai ragazzini
è il caratterista più amato dal pubblico romano. Sempre sudato,
coi capelli alla bebè come Oliver Hardy, una sola espressione in
viso, pronto al pianto isterico e alla battuta pesantissima, più che
una spalla per Tomas Milian-Monnezza, Pippo Franco e Cannavale,
Bombolo è la presenza più sincera della romanità nel nostro
cinema e la verifica che questo cinema è fatto di volti e di voci.
Senza Bombolo, Pippo Franco non è più lo stesso, e nemmeno
Milian-Monnezza. Ricordo che un giorno a Venezia, durante la
proiezione del film di Cesare Zavattini La veritàààà alla Mostra
del Cinema del 1982, mi sembrò di riconoscere Bombolo tra
gli attori e, in mezzo a un pubblico compitissimo di cinefili,
urlai: “Ma quello è Bombolo!!!”, lasciando più generazioni di
giornalisti di stucco. E, magari, sbagliavo pure. Ma tale era
la foga di riconoscerlo in un film assolutamente fuori linea e
strampalato che mi ero lanciato nel grido.

Del resto era stato, credo, il primo critico a parlarne su giornali
e riviste. Lo aveva scoperto, mi sembra, in un piccolo ruolo ne
Il marito in collegio con Enrico Montesano, e lo avevo adorato
sia come Venticello nei polizieschi con Tomas Milian diretti da
Bruno Corbucci sia nei grandi film di Pippo Franco diretti da
Pier Francesco Pingitore, come Il casinista e L’imbranato, autentici
capolavori del genere, dove fa il cognato di Pippo, cattivo come
pochi col protagonista.

Eccolo ai bagni Cicerchia di Ostia come bagnino che molla
due pessimi posti, a lui e alla signora, cioè Luciana Turina. Poi
cucina le cozze e manderà tutti in bagno. E il povero Pippo, che
ha il letto vicino al cesso, perché “tzé, tzé, tutti i lussi hai, pure
la camera con bagno!”, dovrà far passare tutti quella notte, visto
che ci sarà un via vai di scariche fetenti. Se nei film di Pingitore
vessa continuamente il povero Pippo Franco, con Tomas Milian
è vigliacco, infido, frignone, totalmente inaffidabile. “Tzé tzé…
io nun ho fatto gnente… mi madre è vedova e mi padre pure…”.
In Delitto a Porta Romana, ingiustamente accusato di omicidio,
finisce per adattarsi bene alla vita di prigione tanto che si fidanza
e sogna matrimonio e vita di coppia con Bartolo il Monzese,
tremendo bandito gay interpretato da Elio Crovetto.

Cercai di intervistarlo, Crovetto, a riguardo, ma stava già
molto male. In Delitto sull’autostrada si fidanza anche con la
giustamente celebre Bocconotti Cinzia di Gabriella Giorgelli,
“tanto una brava ragazza, tzé tzé”. E come pronunciava lui
Bocconotti Cinzia non lo pronunciava nessuno. Ma stava
bene anche con la mamma. Ricordate i dialoghi tra Bombolo
e la madre in Squadra antitruffa: “Stasera famo gli spaghetti alla
scorreggiona”, “Perché viene anche zi’ Fernanda? mannaggia
’a mignotta”, “Che m’hai chiamato?”, “Ma che chiamato, m’è
caduta la schedina dentro il caffellatte!”.

Ah, Bombolo! Non c’è un attore che non lo ricordasse con
affetto e amicizia. Anche perché sembrava che non ci fosse
grande differenza tra il Bombolo della vita e quello dello
schermo. Solo Tomas Milian ricordava che Bombolo a casa sua
era un padre, un marito, assolutamente serio e autorevole. Ma
nello speciale sulla sua vita diretto per la Rai da Pier Francesco
Pingitore, Bombolo è sempre e solo Bombolo. Al punto che non
è facile costruirgli un personaggio diverso. Sì, si può chiamare
Venticello, Er Trippa, Patacchiola, ma sempre Bombolo
rimane. E la morte di Bombolo fu improvvisa come la sua
apparizione nel cinema. Era incredibile pensare a quel cinema
senza di lui. E pensare a lui in un modo che non fosse comico.
Anche se, quando se ne andò Bombolo proprio quel cinema
stava scomparendo. Forse era già praticamente scomparso. Ma
le continue riproposte dei suoi film in tv, il successo incredibile
degli stessi film in VHS e poi in DVD ne hanno fatto, in questi
ultimi trent’anni, una specie di monumento comico romano. E
i bambini e i ragazzi hanno continuato a imitarlo, a imparare a
mente le sue battute. Meglio di una statua al Pincio.
Tzé tzé.

Questo saggio fa da introduzione al libro “E poi cominciatti a fa’ l’attore” di Ezio Cardarelli (Monterotondo, 1975) dedicato alla vita di Bombolo.