Il caldo, Roma e i nasoni. Sognando un tuffo nel Tevere

Nasoni, caldo torrido e Tevere.

“Gli uccelli” è un film del 1963 diretto da Alfred Hitchcock e tratto dal racconto “The birds” di Daphne Du Maurier (1953).

Lo avrete visto tutti e forse ricordate oltre all’indimenticabile assedio dei volatili anche che, a un certo punto, per dare un quadro della protagonista (anche se i veri protagonisti sono quelli del titolo), la ricca e giovane Melania Daniels, figlia dell’editore di uno fra i maggiori giornali della città, viene detto come un’onta che aveva fatto il bagno a Roma in una fontana.

Aveva forse il regista inglese visto il film di Fellini, di tre anni prima, “la Dolce Vita” con l’attrice Sylvia che invita a gran voce “Marcello” mentre cammina dentro la Fontana di Trevi? Chissà.

Di certo l’avvocato Mitch Brenner (Rod Taylor) è disposto a perdonare quelle bravate di Melania anche se la mamma di lui lo mette in guardia con una constatazione sagacemente anglosassone: “So che a Roma faceva piuttosto caldo ma i giornali hanno detto che lei era nuda”.

Scandali a parte, insomma l’estate romana si fa ricordare da anni per la sua torrida sfida a cui le americane (non solo loro) cercano riparo citando Botticelli.

C’è da capirle: dà una sua soddisfazione bagnarsi nella storia e nella storia dell’arte, non c’è che dire, specie perché più pulita del Tevere dove era tradizione per i romani anni fa bagnarsi.

Una soddisfazione che non può che essere emendata, è chiaro, eppure che una riflessione la deve meritare.

Non potremo, sempre rimanercene al cinema, ai lontani i tempi in cui ci si rinfrescava con i tuffi nel Tevere!

Né scomodare gli “Accattone” o altri film poveri ma belli prima dell’inquinamento dell’industrializzazione, che ci ha reso un po’ meno poveri ma abbrutiti!

Ma se Roma è cinema, Roma non è Parigi né New York – che pure sono cinema – dove, colpevoli le condizioni insalubri delle acque dei fiumi Senna e Hudson, si stanno però studiando dei sistemi di filtraggio per rendere balneabili le acque in vasche – “+pool” nelle Grande Mela – tra l’altro col sistema della donazione dal basso – e a Parigi – dove peraltro era attiva la piscina Joséphine-Baker e il progetto Paris Plage – c’è un progetto simile a quello newyorkese.

Non vogliamo scomodare sempre i primi della classe ma se c’è qualcuno che fa meglio, meglio fare come questo qualcuno chiunque esso sia.

L’acqua è poca, ok. Non va sprecata, ok. Eppure sul poco e sugli sprechi lì pure ci sarebbe da dire. Perché sì, tanta acqua scorre e tanto spreco continua, senza che la crisi generi comportamenti più attenti. E, ciononostante, sempre e comunque non esiste nessuna piscina veramente popolare per rinfrescarsi l’estate.

Ricordate quando si diceva che le prossime guerre mondiali sarebbero state per l’acqua? Roma sta anticipando i tempi.

La battaglia dell’acqua per Roma è in piedi da anni ed è un tema politico della nuova amministrazione che già attraverso Laura Maragnani, giornalista di Panorama, e Daniele Frongia, ex presidente M5s della Commissione capitolina per la riforma della spesa, aveva messo occhio su bollette mostre denunciate nel libro “E io pago” (Chiarelettere). Le colpevoli, come immaginabile, erano Trevi, Navona e Salita del Pincio.

La cifra stimata esuberava i 5 milioni all’ottobre 2015. L’acqua poca non è: semmai è male utilizzata o poco utilizzabile. La soluzione per ora sembra essere diventata l’ordinanza di chiusura dei nasoni (le fontanelle romane del tardo ‘800) – da molti criticata perché aumenterebbe la compressione del sistema idrico già pieno di falle e lo smaltimento di molti microbi – che, lanciata ai primi di luglio, mira a chiudere a 85 (dalle iniziali oltre 2.800) il numero degli storici nasoni cittadini. Come sempre togliere un servizio diventa la soluzione.

Al romano per definizione dello spreco dell’acqua frega poco, sembra strano che sia stato così attivo e ascoltato qui il movimento per l’acqua bene comune. Per il romano in genere l’acqua sembra debba scorrere. In maniera magnificente. Si sa è la misura del romano l’allargasse, il vantarsi, insomma tutto quello che testimonia grandiosità, superiorità (acquisita e/o percepita). Questo accade nel vivere in un contesto in cui tutto è grandezza, maestosità. Eppure anche il bello e il ricco finiscono o passano. Non si può vivere a lungo dei fasti del passato.

Quindi forse è il caso di scendere da questo ipotetico o presunto trono e di riprovare più che a chiuderli a mettere rubinetti ai nasoni più periferici – fu un fallimento a suo tempo per tante manomissioni al grido di battaglia “lassala score così se rinfresca!” e industriosità varie per tenerli aperti – e studiare un sistema di ciclo e riciclo continuo delle fontane storiche. O, prima, bisognerà passare stagioni di razionamenti e, alla fine, di un patrimonio di accoglienza e ristoro dall’arsura, così antico e ormai parte della immagine della città?

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