Cartoline

Questo Storiella delle cartoline è tratta da Inciampi (Arkadia editore), il nuovo già acclamato esordio di Gian Marco Griffi.

Scrittura brillante, storie assurde della provincia piemontese tra personaggi veri (bellissimo l’episodio su Umberto Tozzi e il suo concerto) e persone plausibili. Vicende piccole che scatenano inciampi di senso. Un esordio felice e originale, atipico che spicca nel grigio generale come nello sfondo di copertina, a dimostrazione che osare si può e che la provincia rimane il grande far west dell’epica italiana.

STORIELLA DELLE CARTOLINE
La luce, di notte, contiene il tuo povero scialle,
le fragili guance colpite, domando di te alla penombra
risponde un cammimo baciato di sangue.
Chi mai ti depone nel palmo del più devastato,
chi mai ti abbandona allo sguardo del primo esiliato?
Domando di te al muto animale,
nell’occhio gli gronda l’estrema stagione,
risponde un uccello di neve e si scioglie in un brivido il canto.
Chi mai ti racconta di me,
chi mai ti rammenta il mio nome nel regno dei non più nominati?
Roberto Carifi

Mi svegliava nel cuore della notte perché le leggessi le cartoline. Mi metteva una mano sulla fronte, mi scompigliava i capelli, a volte mi baciava sullo zigomo, io mi svegliavo.

Leggimi la cartolina di Locarno, diceva. Io dicevo mamma, sono le tre del mattino, lei si sedeva sulla poltrona che aveva fatto piazzare nella mia camera e diceva leggimi la cartolina di Locarno, io mi alzavo e andavo a pisciare, lei aspettava in silenzio.

Quando tornavo ero intorpidito, mi stiravo le ossa, prendevo le cartoline dal cassetto del comodino, cercavo quella di Locarno, prendevo la lente d’ingrandimento (erano scritte con caratteri piccolissimi, per decifrare la calligrafia avevo dovuto svolgere un lavoro di filologia e immaginazione in diversi punti) mi stropicciavo gli occhi e iniziavo a leggere.

A volte ripassavo mentalmente tutto il testo per riuscire a interpretare meglio la cartolina.

Lei aspettava con la bocca aperta come una bambina che sta per essere imboccata con un cibo buonissimo.

Iniziavo a leggere, lei diceva fa’ la voce un po’ più giovane, io dicevo come la voce giovane, lei diceva dai, per favore, fa’ la voce più giovane, io provavo a fare la voce un po’ più giovane, qualunque cosa significasse.
E leggevo.

(Cartolina del Pozzo)
La cartolina di Locarno era quella del pozzo. Raffigurava una scena di città, una città qualsiasi che secondo la didascalia era Locarno nei primi anni ’50; c’erano una piazza, un mercato, un vecchio con una giacca bianca che passava in bicicletta, la torre dell’orologio che segnava mezzogiorno da sessant’anni. Nell’angolo a destra c’era un pozzo.

Mia dolce Tilde, c’era scritto sul retro, oggi mi sento come un bambino precipitato in un pozzo; annego nell’acqua buia e penso al mare.
Lei mi fermava, mi strappava la cartolina dalla mano e la fissava, guardava il pozzo, diceva laggiù c’è lui che sta nuotando, io dicevo mamma, è solo una cartolina, lei me la restituiva, io finivo di leggere.
Non so quante volte avrò letto quelle cartoline ad alta voce. Erano cartoline strambe, ma c’era una certa dolcezza.

(Prima e Seconda cartolina dell’Albergo)
Per esempio c’erano le cartoline dell’albergo, che pretendeva leggessi subito dopo quella del pozzo. Raffiguravano entrambe lo stesso edificio scalcinato, di nome Albergo Milanese; un gruppo di uomini salutava dal balcone di una camera, un bambino guardava incuriosito qualcosa appoggiato a un ippocastano piantato da poco, sull’estremità di destra c’erano due automobili parcheggiate.

La prima cartolina dell’albergo aveva la macchia di una tazza da caffè attorno al bambino e diceva Cara Tilde, stamattina stavo riparando il tetto della mia nuova casa, e mentre lavoravo ho creato dal nulla un luogo nel tempo prima del tempo. Ho pensato al modo per rendere migliore la mia casa come se tu dovessi venire ad abitarci. Qualche geranio in terrazza, per cominciare, con l’odore dell’autunno che viene nelle mani e l’acqua che bagna l’ammattonato rotto, scappando dal rivolo del pozzo.

Un sacchetto di spezie nella credenza sopra i fornelli, per quando la casa è vuota di parole. I gerani ti piacerebbero. Ho immaginato che tu bussassi alla mia porta un giorno di sole, sorridendo per i fiori in terrazza, io ti avrei aperto la porta e ti avrei fatta accomodare in soggiorno, pregando che non fossi un delirio o un sogno.

Dove ci sono i portachiavi sul comodino i giornali hanno la polvere dei mesi; il mio amico Klaus li legge per la prima volta, si stupisce che la guerra sia finita, mi domanda chi ha vinto, non so rispondere. A questo punto lo spazio era finito e passavo alla seconda cartolina dell’albergo.

La seconda cartolina dell’albergo era identica alla prima, ma senza la macchia di caffè. Diceva in cucina ho un dipinto di Lito, o il ricordo che mi sono costruito di un dipinto di Lito, è una vecchia che piange con un volto comune ma col grembiule di chi mi vuole bene.

Mi vergogno a dire che nel bagno c’è un fumetto svizzero-tedesco un po’ spinto, comprato all’edicola per i fabbisogni abituali, quelli che non si dovrebbero rivelare.

Questo è un posto di libri, in alto, sugli scaffali che ho lavorato col legno risparmiato dalle bare degli uomini che non sono morti in guerra.
Qui si fanno i giorni che contano, quelli della pace improvvisa, quelli della vittoria e della sconfitta mescolate insieme come pittura. Non mi faccio mancare niente. In cortile tra la magnolia e l’orto c’è un albero, i suoi rami sembrano una forca naturale, osservarla mi rallegra.

Quando leggevo le cartoline dell’albergo lei mi chiedeva perché, io dicevo perché cosa, lei diceva perché non le ha mai spedite, io dicevo mamma, eri una donna sposata, lei diceva sì, ero una donna sposata, e malediceva mio padre.

(Negli ultimi anni mia madre viveva di pazzia e mio padre moriva di lucidità; non era malato, era soltanto troppo lucido, vedeva mia madre delirare e le diceva Tilde, smettila, mia madre sosteneva di essere una principessa russa e lui diceva Tilde, smettila, non sei russa, lei diceva mi hai rovinato la vita, lui diceva perché, lei diceva io che ero una fascista, lui le diceva Tilde, i fascisti hanno perso, lei gli raccontava del partigiano che era entrato in casa e l’aveva stuprata, lui diceva nessun partigiano ti ha mai stuprata, lei diceva sì, ma tu non c’eri, tu dov’eri, lui diceva ero qui, sono sempre stato qui, e moriva di trasparenza, ogni giorno diventava più trasparente, lei gli tirava uno schiaffo, lui la lasciava fare, era forte ma non aveva più la forza, la guardava e le diceva non ho più la forza, lei gli diceva non l’hai mai avuta, e si metteva a ridere, rideva a crepapelle, lui le diceva di smettere e diventava ancora più trasparente, si vedevano le arterie e il sangue che fluiva, lei rideva più forte, mio padre usciva dal suo corpo diafano e osservava la scena dall’alto, si osservava mentre discuteva con sua moglie pazza, analizzava ogni cosa, ponderava, vedeva un uomo che non aveva più niente da fare a questo mondo, vedeva una donna che non aveva più niente da fare a questo mondo, rientrava nel suo corpo diafano e se ne andava al bar).

Ogni tanto voleva che le facessi le coccole, diceva abbracciami, io posavo la cartolina che stavo leggendo e la abbracciavo, lei faceva la bambina, diceva grazie che mi abbracci, io dicevo prego, e quando si ricomponeva riprendevo a leggere.

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