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    La città di di Ali Mitgutsch

    Ali Mitgutsch è un grande autore tedesco di libri-affresco. Esce ora In città (per Gallucci).

    Mitgutsch ci fa fare un giro all’interno del variopinto paesaggio della città. Un giro in bici nel parco oppure osserva le frenetiche attività del porto, ascolta le voci di un condominio affollato (tavola che qui vi offriamo) e i rumori dei cantieri.

    Nel catalogo della Gallucci (che vuole pubblicare tutta l’opera di questo autore) c’è anche Un giorno, I veicoli e Alla scoperta del mare.

    Alfons Mitgutsch, noto come Ali Mitgutsch, nato il 21 agosto 1935 a Monaco, in Germania, è un autore tedesco di libri illustrati e un illustratore pubblicitario professionista. È conosciuto come il padre dei libri di Wimmelbilder. Ovvero i wimmelbook o hidden picture book che hanno le loro origini nel lavoro di Brueghel e Bosh. Una visione che ricorda un’osservazione dall’alto e corale che anticipa il lavoro dei droni.

    C’è nella pagine di Mitgutsch il senso di una visione senza tempo che però riporta con forza vintage al nostro passato di bambini negli anni sessanta e settanta. Un gusto dolce e rassicurante anche se, nell’immagine che vi offriamo, abbondano i contrasti domestici.




  • flânerie e viaggetti

    Olšany, Praga

    Olšany, Praga. Un estratto da Scusate la polvere. Cimiteri, sospiri e piccoli miracoli (Bottega Errante) di Paolo Patui.

    Fa ancora freddo. E dentro al cimitero immenso, enorme, la neve scricchiola sotto i piedi e accarezza le lapidi, le tombe, le guglie alte o basse e comunque infinite per foggia, stile e moda. Un odore di muschio umido penetra fino alle ossa, mentre, fermo in un attimo di assoluta sospensione, mi pare di percepire una sorta di esile sospiro che dalla terra sale fino alle cime degli alberi.

    Perché qui a Olšany non sai bene se sei dentro a una foresta abitata o a una cittadella che si è insediata all’interno di una selva multicolore. Questa è roba antica. Il cimitero di Olšany esiste dal Seicento, voluto per ospitare le vittime di una epidemia di peste che morivano vorticosamente e che rapidamente dovevano essere sepolte per sconfiggere l’assalto del contagio.

    Nell’Ottocento diventa per definizione il cimitero di Praga, sempre più esteso, variegato, complesso. Oggi Olšany è una matrioska, una scatola cinese, un insieme di cimiteri che sono lì a dirti, se ancora non l’hai capito, che la morte e il desiderio di memoria e il rispetto per ciò che si è vissuto e ciò che si è perduto sono tutti accumunati dalla fine della vita terrena.

    Nei dodici cimiteri che compongono la necropoli riposano cattolici e ortodossi, musulmani e atei, soldati dello zar e soldati dell’Armata Rossa che hanno inseguito Napoleone o Hitler, e con loro ci sono i soldati di Napoleone e di Hitler che, inseguiti dagli uomini delle armate russe, sono crollati a terra, nella neve, nel gelo, nella rabbia, nel dolore. Stanno tutti qui. Compresi gli ebrei. Il vecchio e monumentale cimitero ebraico di Praga ha trovato ora nuova sede.

    Accanto all’Olšany. Immaginavo che lì volesse portarmi Sawana, a cercare la tomba di Kafka.

    E invece lei, che all’ingresso del cimitero si è tolta la gomma dalla bocca, kafkianamente mi indirizza lentamente ma inesorabilmente altrove. Le altre non ci vengono dietro. Hanno freddo, sono stanche. E un po’ deluse da quella teoria infinita di croci di varie forme e da quell’insieme di linee curve così demodé. Se ne vanno al museo. Dicono. Le lascio andare.

    Non è la prima volta che lo faccio in una gita scolastica. Anche perché non capisco cosa insegua Sawana. Cerca. Ma non so cosa. Glielo chiedo. Non mi risponde.

    Sbuffo. Fa finta di nulla. Mi spazientisco. Mi ignora. Le intimo: «Sawana, ora basta, torniamo indietro!».