Clelia Farnese

Clelia Farnese, una nostalgia cinquecentesca ambientata (purtroppo in parte) a Roma.




Mi ricordo ancora chiaramente lo struggimento di un pomeriggio di alcuni anni fa quando vivevo ancora a Bologna.

Avevo passato tanti giorni qui a Roma in una sorta di limbo: non completamente per lavoro né totalmente in vacanza. Studiavo per qualche esame che ora non ricordo e andavo in giro per la città curandomi di non sembrare una turista (eh eh eh…).

Il giorno della ripartenza avevo addosso una profonda nostalgia (canaglia!).

Da quel momento ho cominciato ad impegnarmi consciamente, o inconsciamente, per ritornare qui. Ed eccomi ormai da cinque cittadina romana non romana.

Ma in certi momenti sento ancora quel piacevole dolore soprattutto quando me ne vado in giro da sola. Soprattutto quando all’imbrunire mi trovo tra Piazza di Spagna e Trinità dei Monti.

Perché quella volta avevo una macchina parcheggiata in un garage in quella zona ed erano quelle le quinte del mio, si sperava, arrivederci.

Ma che succedeva a chi non poteva lanciare la monetina semplicemente perché la famosa fontana non era ancora stata costruita?

Me lo sono chiesta leggendo “Storia di Clelia Farnese. Amori, potere, violenza nella Roma della Controriforma” di Gigliola Fragnito.

La Clelia in questione altri non era che la figlia naturale del Cardinale Alessandro Farnese nipote di Paolo III. Quest’ultimo, aspirante a sua volta al trono di Pietro, amò moltissimo la figlia ma ne arginò la passionalità e il successo mondano e lo fece allontanandola da Roma.

La rara bellezza che pare caratterizzasse questa donna la mise al centro degli implacabili pettegolezzi della Roma della Controriforma.




Nonostante papi e cardinali si sforzassero di mantenere un’immagine sobria e austera non riuscivano a nascondere la sfrenata ricerca dell’interesse personale.

E così Clelia, malgrado fosse figlia del potente cardinale come tante nobildonne del suo tempo amava le feste, i balli, gli abiti, i gioielli.

La vita di Roma era intensa e vivace e Clelia vi partecipava da protagonista. Ma la bellezza e la vivacità segnarono la sua ingiusta condanna.

Come scrive Fragnito «Clelia costituì, tra ammiratori e detrattori, fin dal momento delle nozze con Giovan Giorgio Cesarini nel 1571 una vera e propria pietra d’inciampo nei disegni del padre».

Corteggiata anche dal Cardinale Ferdinando de’ Medici, rivale del padre per il papato, fu costretta a sposare l’indesiderabile e brutale signore di Sassuolo alla morte di Cesarini.

Fu costretta quindi a lasciare la sua amata Roma. Ma non senza aver lottato e cercato di sottrarsi in tutti i modi al ruolo di ‘pedina’ che voleva imporle Alessandro Farnese.

E tutto un capitolo, l’Epilogo, è destinato a questa struggente nostalgia di cui si diceva.




«Spereri forse un giorno repatriare». Passati i fasti dei festeggiamenti in suo onore al suo arrivo a Sassuolo quella vita ‘provinciale’ si dimostrò dolorosamente diversa da quella romana.

Malgrado la grinta di questa donna che di straordinario non aveva solo la bellezza ma anche la forza di spirito, gli interessi e le logiche della famiglia avevano vinto e il pensiero di Roma era solo una speranza di ritorno.

Vi ritornò in effetti Clelia alla morte di questo marito nel 1601 e vi morrà nel 1613.

Di questa donna mi resta in mente la forza e non la bellezza. La forza nella ribellione ad un padre così potente (nella Rma del Cinquecento eh!) e la forza nell’anelare il ritorno a Roma.

Scrive in una lettera del 1599 «io moro di voglia di venire et tanto lo desidero che so che non harò tanta fortuna, pure Iddio sole in un attimo fare tutto et in quello solo spero».