Er Sor Battisti

Er Sor Battisti. Ovvero Di prosperi e pastarelle. Lampi romaneschi nell’ultimo Battisti. Quello con Panella, per intenderci.

 

“Don Giovanni” uscì nel 1986. Era il primo album di Lucio Battisti con i testi di Pasquale Panella e da quel momento nulla nel mondo della canzone italiana sarebbe stato lo stesso. L’affermazione, apodittica, è tanto più significativa se si considera che proviene da Francesco De Gregori, artista lontano dal tipo di ricerca musicale che quel disco rappresentava.

 


A quasi venticinque anni di distanza dall’ultimo dei dischi ‘bianchi’ (“Hegel”, 1994) il dibattito sui testi di Panella non si è ancora sopito. Spunta sempre il confronto con i testi di Mogol, con i fan a polarizzarsi a favore di questo o quel paroliere. Quanto al significato delle parole di Panella: abile presa in giro in cui “non c’è niente da capire” (per dirla di nuovo con De Gregori) o vertice del postmoderno?

C’è però un aspetto che in questo dibattito forse non è stato considerato: il passaggio da Mogol a Panella non rappresenta solo un significativo cambio stilistico ma anche uno spostamento geografico. Fin dal suo esordio il “laziale” Battisti (era nato a Poggio Bustone, provincia di Rieti, nel 1943) aveva affidato la sua voce alle parole di un autore milanese. Scegliendo il romano Panella per i testi Battisti riporta le sue parole a casa. 

Roma era stata la città in cui il musicista e il paroliere si erano incontrati per la prima volta, più precisamente al chilometro 12 di Via Tiburtina, negli studi della RCA. Era la tarda estate del 1983 e Battisti stava producendo e arrangiando l’album “Oh! Era Ora” di Adriano Pappalardo.

Proprio lui, il cantante che dal provino con la Numero Uno – che gli valse il primo contratto discografico e durante il quale si ferì alla testa continuando stoicamente a cantare – alla recente partecipazione a reality stracafonal come “L’Isola dei Famosi” rischia di essere liquidato come una macchietta della musica italiana. E ciò anche a scapito della sua bella voce “nera”.

 
Alla storia della canzone, invece, Pappalardo passerà almeno in qualità di catalizzatore dell’incontro tra Battisti e Panella che per l’album “Oh! Era Ora” aveva scritto i testi firmandosi con lo pseudonimo Vanera.

 
Ascoltato oggi “Oh! Era Ora” – che all’epoca apparve come la sperimentazione bizzarra di un cantante minore – suona con tutta la sua carica profetica. Gli otto brani dell’album sono il gabinetto alchemico da cui Battisti e Panella sarebbero partiti per realizzare gli ultimi cinque tasselli della discografia di Lucio Battisti.

 
Il romanesco affiora nel brano “Mi Riposa” (da “La Sposa Occidentale”, 1990) dove Panella sceglie la romanissima variante “ruchetta” per definire quella che nel resto dell’Italia viene chiamata “rucola” (“tu i fiori li divori, / come i gialli: / «La corolla assassina», / «Il pistillo che sa». / Ti appassioni stordita, tutta in punta di dita / al variare dei fiori.  / E li divori, / come una capretta / illetterata ai titoli / dei gialli fiorellini di ruchetta.”).

 

Due anni dopo, nel testo “Così gli dei sarebbero” (da “Cosa Succederà Alla Ragazza”, 1992), appare un “prospero” laddove altri avrebbero usato “fiammifero”, “cerino” o “zolfanello”. “Prospero” è tipico del dialetto romano. (“Si attiva un lanciafiamme, / un forno ad onde, oceanico, / un sesquipedale, / prospero per la pipa universale.”). Tutto il testo è giocato su metafore giganti, tanto che la protagonista, come stola, si avvolge intorno al collo un “raccordo anulare”, riferimento topografico tipico dell’Urbe che sarebbe stato improbabile trovare nei testi di Mogol.

 

Nell’ultimo disco, “Hegel”, del 1994, nel brano “Tubinga” si parla di “rotelle / per fare l’orlo alle pastarelle”. E anche stavolta si ricorre a una variante locale per chiamare i prodotti da pasticceria che soprattutto nel Nord Italia sono semplici “paste”.

 

Chissà se a questi lampi di romanesco si è ispirato il giornalista musicale Franco Zanetti quando nel 1998 ideò un pesce d’aprile per i fans di Lucio Battisti. Zanetti diffuse la notizia dell’imminente uscita di un nuovo disco di inediti di Battisti-Panella. Titolo “L’asola”. Le principali testate quotidiane ripresero la notizia. Il giorno dopo Zanetti rivelò che si trattava di uno scherzo. “L’asola” insomma era “la sòla”, in romanesco: un imbroglio.