Fùcino fu

Fùcino fu: un viaggio nella storia di un lago e dell’infanzia in un luogo in “Fùcino. Acqua Terra Infanzia” (il Sirente editore) di Roberto Carvelli. Ve ne offriamo un estratto.

Reveries di un’infanzia abruzzese

L’infanzia conosce il prezzo della solitudine. Un dolore e, insieme, un breve piacere segreto che possiede anche le virtù della poesia. Un tempo perduto che merita di essere ritrovato. Non si tratta solo di ricordi, memorie involontarie, ma di un vero e proprio ripensamento. Come scrive Gaston Bachelard ne “La poetica della reverie”: “Tutta la nostra infanzia deve essere riimmaginata”. Questo libro, in forma di piccolo viaggio, nasce da questa riimmaginazione.

Non si è bambini se non si è un po’ soli, se non si avverte quel piccolo spasimo del dover bastare a se stessi. Per me tutto questo è avvenuto presto. Per l’assenza di mio padre, l’algida irraggiungibile pacatezza di mia madre, gli incommensurabili silenzi di mio fratello. Non tutti i mali sono venuti per nuocere. Per citare ancora Bachelard da “La poetica dello spazio”: “Felice il bambino che ha posseduto, veramente posseduto, le sue solitudini!”.

Il mio infinito, l’osservazione della linea implacabilmente angosciosa dello spazio-tempo (un po’ “ultimo orizzonte” e un po’ “l’eterno” leopardiani), hanno il profilo del lago non più lago del Fùcino che ho guardato per anni dall’alto della casa di villeggiatura costruita da mio padre a Cerchio. Qui ho avuto la mia iniziazione al dolore dell’esistenza, qui la rimarchevole scoperta della grandiosità del sistema-vita.
Eccomi qui. Tre mesi vasti e vani come una stagione a comando, sei decadi vuote tra la costrizione dei banchi scolastici e la costrizione dei banchi scolastici.

Da giugno a settembre io, mia madre e mio fratello venivamo esiliati in questa casa in mezzo al nulla mentre mio padre proseguiva la sua vita instancabile e abnegata del lavoro. Giorni passati in un disargine da cui riaversi a forza di doveri (miei), attese (di altri e mie), disillusioni (mie, soprattutto). Scritta anni fa questa storia avrebbe avuto il non risarcibile potere della vendetta. Troppo fredda per oggi. E quindi servita con un po’ di nostalgia pentita. Anche se mai colposa.

Roma-L’Aquila. A24. Uscita AIELLI-CELANO. Una percorrenza che conosciamo con tutti i tempi. D’estate e d’inverno. A quattro e a quattordici anni. Di giorno e di notte, svegli o assopiti nel largo sedile posteriore. Con un buio di gallerie e sole pieno a intermittenza, con le catene e tempeste di neve in corso, con l’acqua a secchi tirati addosso per lo più su due macchine: una 124 bianca e una 131 mirafiori, prima serie giallo champagne, che era, anche nelle intenzioni della FIAT, la diretta prosecuzione della precedente.

Il loro e il nostro reload.
Dell’autostrada ricordo due momenti suggestivi. Uno a Vicovaro Mandela, un precipizio su una gola d’acqua, l’altro a Pietrasecca – location del libro “Vino e pane” di Ignazio Silone, anche se i luoghi descritti non trovano corrispondenze precise con il paese (così come Ortona incarna solo parte, secondo alcuni, della Fontamara letteraria come Silone in “Uscita di sicurezza” puntualizza: “Ad Aielli? A Ortucchio? A Bisegna? È un mio segreto”) – e lo rammento quasi un volo su una vallata precipitosa.

Un lungo viadotto che è stato spesso suggestione per suicidi – il più famoso dei quali fu, nel dicembre 1995, quello di una madre con i suoi tre figli – per noi solo il grande terrore del vuoto più che la sua attrazione. In realtà il paese di Pietrasecca si scorge in lontananza dal viadotto che attraversa la vallata in una pericolosa galleria di venti che mio padre, mentre guida, replica in forma paurosa mostrando il volante che trema. Noi contiamo alla rovescia il tempo per superare quest’abissale vallata che festeggeremo ogni volta come uno scampato pericolo.

L’area di sosta praticabile nel nostro viaggio Roma-Cerchio è oltre la metà percorso e sembra più un’occasione per sfoderare panini in quantità industriali ma monotematici (prosciutto cotto o crudo, sottilette o provolone: nessuna combinazione ulteriore) sotto i vessilli del cane a sei zampe. Li mangiamo fuori per non fare molliche in macchina e ripartiamo. Poi usciamo dall’autostrada e proseguiamo sulla Tiburtina Valeria.

I pini proiettano sulla strada un’ombra antica, regolare. Sono meridiane del sole, ombrelli contro il caldo. In molti casi, lo sappiamo dai racconti degli altri e dai fiori e dalle targhe ricordo, una vera e propria arma letale impassibile. Ma noi andiamo placidi. Mio padre guida prudente usando le frecce per segnalare sorpassi e rientri, superando solo in casi di estrema sicurezza.

Il suo terrore è palpabile ma lo rende sicuro anche se timoroso. Forse è una cautela che ci salva dal peggio. L’aria è sempre fresca, anche d’estate dove pure la conca sviluppa una sua piccola afa umida che sale dai canali, essuda dalla terra come da un corpo steso al sole ad asciugare. Al fianco scorrono le immagini che aiutano me bambino a riconoscere la strada. Ad esempio, la fabbrica di pasta che ricordo da sempre dismessa. Stiamo per arrivare. Ora lo so.

Bibliografia
La Nuova Ecologia – maggio 2018 – (A cura di Elisabetta Galgani) Fùcino, io mi ricordo
RAI RADIO1 GR1 – 23/04/2018 (edizione ore 19) https://www.raiplayradio.it/audio/2018/04/GR-1—ore-19-del-23042018–0b1d0e22-e4ce-4331-a954-b93005a83707.html
RAI RADIO 3 – 2/04/2018 Fahrenheit (“Gite fuori porta ed altre mete”) https://www.raiplayradio.it/audio/2018/03/Gite-fuori-porta-ed-altre-mete-4300e73b-436c-465a-9ea0-58d749de546e.html
BlowUp Magazine – giugno 2018 – Matteo Moca – Fùcino

Giudizi critici
“Fùcino. Acqua, terra, infanzia” di roberto carvelli, pubblicato da Il Sirente, appartiene alla stessa famiglia dei libri di W. G. Sebald, libri da camminatori di ricordi, dove le parole si intrecciano alle immagini. Quella di Carvelli è la storia incredibile di un lago che scompare e di una memoria che riaffiora. Autofiction? “Sì, certo – risponde Antonio Pennacchi nella prefazione – ma che male c’è?”. (Federico Platania)




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