Fulvio Abbate

Fulvio Abbate è uno che non le manda a dire. Ragazzo terribile e polemista furioso incarna un genere più che letterario di vita letteraria antico e attuale eppure a rischio estinzione causa conformismo. E su Roma non barcolla.

Chi è Fulvio Abbate lo dice wikipedia qui.
Noi citiamo il suo esordio famoso “Zero Maggio a Palermo”, “La Peste Bis” e “Dopo l’estate” e la sua esperienza di televisione monolocale TeleDurruti. In mezzo c’è tanto e molto di questo mezzo continua ancora. Compresa la Tv. Ma sempre Roma.

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Il tuo libro “Roma vista controvento” (Bompiani) rivela tanta conoscenza della città e anche una curiosità non comune, ma lo fa in dimensioni quasi enciclopediche. Volevo capire perché avevi deciso di scrivere un libro così corposo su Roma senza accontentarti per esempio di una visione, di dettaglio sì come lo sono i tuoi singoli tasselli, ma contenuta nella scelta.

La risposta è semplice io non sono romano e io non consento a nessuno di decidere di aprirmi o meno la porta. La porta la apro da me e prendo possesso del luogo, per dimostrare che Roma mi appartiene più di quanto non possa appartenere ad altri: questo l’assunto di partenza. Una ventina di anni fa scrissi un articolo su “La Stampa” di Torino in cui invitavo i sindaci e gli scrittori a raccontare le città: non mi invitarono ma invitarono altri scrittori per ragioni di bassa politica editoriale. Allora ho deciso di fare da me, di raccontare le città, e l’ho fatto con Roma attraverso un punto di vista non conformista, antagonistico.

Come mai tanti pittori amici nel tuo libro?

Intanto perché Roma è una città di pittori cominciando da Scipione e Mafai. Poi perché ho frequentato il mondo visivo e si può dire che sono venuto a Roma per occuparmi di pittura contemporanea. Ma, a fianco dei pittori, ci sono anche gli scrittori e gli attori. Roma ha avuto dei fiori che poi sono stati assimilati alla pop art come Mario Schifano. Lui è stato un amico ed è una figura importante nella storia di questa città.

(c) Monica Cillario

(c) Monica Cillario

Risulti stranamente molto compassato su questioni come il tifo laziale o romanista o altre cause antitetiche; è una scelta?

Non sono tifoso ho assistito da testimone alla festa del terzo scudetto che avuto un eclatanza pari a quella che la città aveva vissuto solo nei giorni dopo la Liberazione con l’arrivo nel ‘44 delle truppe alleate. L’immagine più straordinaria di quei giorni è un invasato che avanza tenendo in alto, come fosse il libro delle Leggi o delle Sacre Scritture, un seggiolino divelto all’Olimpico. La mia idea del calcio è un’idea aristocratica: io credo che il calcio serva per dare a tutti l’illusione di avere un’opinione sul mondo anche a chi l’opinione non ce l’ha essendo un perfetto idiota. Sinceramente mi sembra che la descrizione di quella festa basti a riassumere la dicotomia Roma-Lazio come pure il racconto di un romanista che, in quegli stessi momenti, tagliuzzava in maniera parossistica una maglia bianco-celeste a Testaccio.

A proposito di antagonismo senti di poter considerare Roma una città antagonista?

Ma nella maniera più assoluta: Roma è una città piccolo-borghese conformista assolutamente come sono conformisti gli impiegati dello Stato, del parastato, i ministeriali. Roma è un aggregato di quartieri che rappresentano ciascuno una propria dimensione piccolo-borghese. Io divido la città in categorie socio-antropologiche: la città dove vivono i primari – e penso ai Parioli -, quella dove vivono i medici e quella dove vivono i ferristi, gli infermieri, i portantini – penso a Morena e alle varie torri da Torre Spaccata a Tor Sapienza.

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Una Roma che non sopporti, che non riesci a tollerare?

Una Roma abbastanza insostenibile se la guardi bene è la Roma del Fleming, di Vigna Clara che vive inginocchiata davanti a un altare di se stessa rivestito di tessuto Gucci mentre il tabernacolo, per variare, lo hanno rivestito con tessuto Louis Vuitton.

Mentre una Roma che ti sembra abbandonata, dimenticata, un quartiere o un rione che meriterebbe un occhio di bue sul suo sprazzo di bellezza?

I quartieri sono tanti io ho una passione particolare per certi squarci di San Giovanni un quartiere nato per il ceto medio tra le due guerre e fiorito all’indomani della liberazione. Penso a piazza Asti, piazza Ragusa, via Sanremo: il quartiere dell’infanzia di Marcello Mastroianni. Ecco: San Giovanni meriterebbe un libro tutto per sé.

Avevi una conoscenza di Roma prima di arrivarci?

L’avevo attraverso la dimensione piccolo borghese del meridionale che una volta all’anno almeno sente il dovere dionisiaco di trascorrere una settimana a Roma, sotto le feste di Natale magari, trovando Roma straordinaria, un unicum grazie ai suoi colori dal travertino al cotto.

Tu hai scritto diversi libri su Pasolini. E’ tempo per abbandonare questa specie di rimozione del padre che sembra scontare ancora l’autore di “Una vita violenta”?

Ma no, nessuno si sente figlio di Pasolini il punto è un altro: il tempo di Pasolini non esiste più, appartiene a un cimitero di macerie sepolte. E’ il tempo della emozione della Memoria Resistenziale, di credere che il Partito comunista italiano potesse essere una forza di cambiamento radicale di questo paese, che la moda avesse un valore rivoluzionario anche grazie al semplice arrivo di Fiorucci con i suoi jeans fatti con gli stracci di Prato. Quel tempo non esiste più assolutamente. Se mi chiedessero qual è il valore di Pasolini direi il coraggio. Nessun’altro scrittore ha mostrato il medesimo coraggio. Pasolini chiedeva l’abolizione della televisione. Il suo biografo, Enzo Siciliano, è andato a fare il presidente della Rai e anche con orgoglio. Quelli venuti dopo Pasolini sono dei pigmei.

Cosa pensi delle nuove generazioni degli scrittori?

Io non frequento gli scrittori io sono un uomo di mondo, io frequento il mondo. Come diceva Landolfi non si è letterati con la letteratura, come non si è musicisti con la musica e non si è artisti con l’arte. Lo si è sempre attraverso altro. Uno scrittore che stimo, ma è un mio coetaneo, è Aurelio Picca che è uno scrittore straordinario, con un tocco straordinario penso in particolare a “Tuttestelle”.

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Chi ti manca a Roma?

Mi manca un artista straordinario come Ettore Sordini che era un milanese finito a vivere a Roma. Mi manca per molti versi Mario Schifano perché parlavamo molto di donne ed era un uomo di mondo. Mi manca l’onorevole Giuseppe Attilio Fanelli gerarca fascista e mio vicino di casa per anni a cui ho dedicato un romanzo. Mi mancano queste persone qui, per il resto non frequento la società letteraria che peraltro mi ricambia con una siderale indifferenza.

Mi puoi raccontare la Roma in cui hai vissuto?

Sono arrivato a Roma ed ero ospite dalle parti dei Cessati Spiriti ovvero a Colli Albani. Poi sono stato ospite in via Pio IX, a Boccea, poi sono andato a vivere in via Panisperna per due anni. Quindi ho abitato diciassette anni a Miani che un quartiere come una costola di San Saba. Ci sono arrivato nel 1985. Poco dopo sono arrivati Sandro Veronesi e Mariano Rossano e, in quella che era la casa loro, poi è arrivato Paolo Virzì. Da tredici anni vivo a Monteverde Vecchio.

Se dovessi tirare una linea sentimentale delle case di questi quartieri cosa ricorderesti?

Io ormai sono Roma. Posso parlare a nome di Roma fermo restando che nessuno di noi lo è. Roma non ha un corpus unico. Roma se volessimo essere rigorosi dovremmo riferirlo soltanto al centro e se io mi affaccio di romano vedo soltanto un pino marittimo e una scalinata ma non vedo l’opus né le pietre della Roma imperiale.

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Tu dici “sono Roma”, cosa è che dà la romanità?

Non ci sono nato – per fortuna non ci sono nato – non essendoci nato l’ho scelta avendo compiuto un gesto di discontinuità, lasciando una città, Palermo, a cui ho dedicato più di un libro, e che non mi manca affatto. Questo mi fa dire che sono Roma.