Gaspare De Caro

Di Gaspare De Caro (nella foto al centro con gli occhiali) non sapevamo nulla o quasi. L’incontro con la sua scrittura è altrettanto fortuito. Ma la piacevolezza della felice scoperta letteraria purtroppo coincide con la sua scomparsa. Avvenuta il 6 ottobre 2015 a Roma, dove era nato il 16 dicembre 1930. In rete poche cose: la sua militanza, l’opera di saggista scrupoloso (scrive di Gobetti e Salvemini), quella di intellettuale (cofondatore di “Quaderni rossi” e “Classe operaia”). Una forte vicinanza militante espressa da molti – leggiamo il suo pedigree politico: “attivissimo nel PCI prima del ’56, ne era poi uscito per trasferirsi per un periodo di tempo in Spagna”. Attestazioni che non nascondono stima. Ma sono queste prose di memoria di “L’ascensore al Pincio” (Quodlibet, che ringraziamo) che ci piace citare nel ricordo, come saggio di stile e come visione non banale della città.





Nella nota al volume Mario Lunetta così inizia: “Nella nostra cultura letteraria la memorialistica e, più latamente, la scrittura in cui siano forti le ragioni e il marker di inclinazione collettiva (anche, proprio, nel senso che un’intelligenza inquieta e scontenta come Vittorini definiva con la formula «diario in pubblico») non sono mai state dei punti di forza. Il fatto è che la più parte degli scrittori italiani sono sempre stati ben più interessati alle drammatiche questioni inerenti il proprio ombelico che ai problemi e alle dinamiche del corpo sociale di cui, a ben vedere, dovrebbero pur essere parte pregiata”. Poi si dilunga sul genere (Guicciardini e Leopardi) prima di entrare nel contesto di questo prose ambientate in “una Roma cialtrona e intontita dalla propaganda mussoliniana”, i ricordi del padre di De Caro che persegue l’autobiografia con metodo e dedizione. E c’è Roma sempre. Per ascoltare Lunetta: “Ci sono, nella continua tensione del racconto, luoghi di una Roma tristemente periferica, odori, sapori, gestualità popolari e superbiosità che tirano al patetico e al grottesco. C’è una serie di sfondi tra il pittoresco depresso e il mordi-e-fuggi in puntasecca: una Roma di banlieu, si direbbe, vista all’altezza decisamente modesta dei personaggi che di questo tetro, incisivo teatrino della crudeltà popolano le scene”. Buona lettura.




L’ascensore al Pincio
di Gaspare De Caro

Per i romani più renitenti alle salite c’era una volta un ascensore dotato di lift che collegava sontuosamente piazza di Spagna al Pincio. Questo, dopo qualche altra breve intrapresa nell’economia sommersa, fu il lavoro di mio padre quando sedicenne tornò a Roma dove era nato, lasciando la casa di suo padre a C., sulla costa tirrenica calabrese. L’ascensore al Pincio non era il modo più lungimirante di guadagnarsi la vita, ma sullo scorcio degli anni Venti era un osservatorio di prima fila, una scuola accelerata di usi e possibilità urbane per una adolescenza reietta e inselvatichita.

C’erano molti stranieri nel vario mondo che dai caffè e tea-room della piazza saliva al parco per la passeggiata, eludendo la scalinata di Francesco De Sanctis: i francesi, acquartierati a Villa Medici; i russi bianchi, fascinosi e rancorosi testimoni dell’inaudito; gli inglesi venuti a controllare che Mussolini tenesse in ordine il giardino d’Europa. Mio padre dovette la sua iniziazione alla pittura appunto ad un inglese che saliva quotidianamente al Pincio con il cavalletto e scoprì una vocazione negli oziosi e ignari disegnini del lift in attesa di clienti. C’era poi la tribù delle amazzoni che l’ascensore immetteva nei territori di caccia e al salire e scendere indulgevano anche loro a profferte iniziatiche. Mia nonna, cuoca in una pensione lì vicino, con inopinate incursioni e ispezioni si prodigava strenuamente a difesa dell’innocenza, ma era una lotta impari. In virtù dei soldini delle mance oculatamente investiti, questo rapsodico apprendistato culturale si apriva agli innesti di altre non meno meravigliose discipline, prima di tutte il cinema. Credo che sull’educazione sentimentale di mio padre nulla abbia contato quanto i film di Charlot, codici anche per lui della dignità degli esclusi. Né si faceva mancare il teatro, attento a Pirandello e Petrolini, con inclinazione non ingiustificata per quest’ultimo. Frequentava anche i concerti, scambiando saluti per comune assiduità in loggione con un anziano sorridente signore, del quale con qualche brivido seppe poi che era il terribile anarchico Errico Malatesta.

E infine gli aprirono le porte a stupende ricchezze i musei di Roma: munificamente, perché lo Stato non ne lesinava ancora il diritto con avidi balzelli democratici. Sebbene non fregiata da titoli e certificati e maestri, anzi forse proprio perché autarchica (senza voler dir male della scuola pubblica, eterno vanto di questo Paese), fu effettivamente una metamorfosi prodigiosa per il pervicace eversore in un recente passato di latinucci reiterati a sgravio di trascurante coscienza paterna: del resto officiati da un prete bruzio non meno ignorante dell’allievo. Non credo che mio padre abbia avuto un periodo della sua vita migliore degli anni passati all’ascensore del Pincio, anni di libertà, di ogni curiosità, di entusiasmi e scoperte, di piccoli ma veri compensi a ciò che sino allora gli era toccato. Certo in seguito ebbe momenti familiari felici, ma mai troppo a lungo, subito divorati dalla responsabilità, mostro insaziabile che mise presto fine alla sua giovinezza. Dell’incontro tra mio padre e mia madre galeotto fu il Pincio e propizio il genius loci di quella stagione.

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Laddove la presenza di mio padre sulla terrazza era intermittente, modulata dagli andirivieni dell’ascensore, nelle ore lavorative Cenzino presidiava senza cedimenti la sua posizione commerciale, attento alle usurpazioni della concorrenza. Era il trionfo del laisser faire il Pincio, affollato di mercantili seduzioni, dal facinoroso baracchino dei burattini ai pazienti somarelli sardi generosi di tirocinio ippico, ai palloncini multicolori, al carrettino versipelle del gelataro o callarostaro secondo stagione, al bruscolinaro, al fusajaro, al castagnacciaro, a ogni intrapresa insomma capace di aizzare astutamente il bizzoso ricatto del target su tenere madri ansiose di quiete: eppure non ancora stressate dall’uguaglianza dei sessi.

Autoregolavano volentieri la competizione commerciale, piuttosto che la Mano Invisibile dell’obsoleto Adamo, quelle variamente operose degli imprenditori stessi, tutti comunque liberisticamente interessati a tener lontana dalla controversia socioeconomica la Mano Pubblica. Prossimo all’uscita dell’ascensore per lucrare il primo impatto con gli ascensionisti, Cenzino vendeva gli uccellini del Paraguay, in fatale competizione con le girandole, analogamente composite di fil di ferro e carta colorata, ma assai meno esotiche e istruttive. In caso di contestazioni con il girandolaio sulla rendita di posizione mio padre veniva spesso chiamato all’arbitrato e fu così che cominciò una consuetudine alla quale anch’io debbo qualcosa. Peraltro solo il cameratismo picaresco del Pincio può spiegare la confidenza tra persone che non avevano nient’altro in comune. Cenzino non frequentava musei o teatri o concerti, poco anche il cinema e poca la lettura, e nemmeno tanto impegnativa. Faceva e diceva d’istinto o per sentito dire, anche nella politica, che pure segnò fortemente la sua vita. Aveva qualche anno più di mio padre; ai tempi del Pincio arrivava fortunosamente da Bari, costretto a starne lontano – raccontava – da uno scandaloso tema repubblicano agli esami di maturità, che gli era valso l’espulsione da tutte le scuole del Regno e l’indignazione istituzionale di suo padre, regio notaio. Tale sentimento non era da prendersi alla leggera, spiegava, perché il regio notaio argomentava col nerbo di bue e non era per cambiare uso nella sovversiva circostanza.




A parte il nerbo di bue, confermato da fonti parallele, non giurerei che quella fosse tutta la verità, né lo giurava mio padre. Per una qualche conoscenza di vicende successive debbo credere che già allora le turbolenze politiche di Cenzino si intrecciassero con spregiudicatezze accessorie di cui assai meno amava parlare. Gli svolgimenti politici invece accreditano largamente l’esordio dichiarato: fu antifascista, costretto a fuggire per qualche tempo in Francia perché i fascisti baresi lo cercavano – non a caso, posso anticipare; comunista con qualche fraintendimento, nel dopoguerra capeggiò le rivolte bracciantili in Terra di Bari: ci scappò il morto, il carcere, il processo, l’assoluzione, la scomunica per deviazionismo – come si diceva con compunzione liturgica, nemmeno fosse in questione il simbolo niceno – e di conseguenza l’adesione alla Quarta Internazionale, che non credo avesse mai sentito nominare prima; Livio Maitan, accreditato leader trotzkista, lo conobbe bene e con lui una volta venne anche in apostolato a casa mia. Per completare il ritratto, non credo che abbia mai avuto un vero mestiere. Una volta tenne un corso di esperanto all’università di Bari, convinto e chissà se a torto di alzare il livello medio della cultura accademica. Quando lo vidi per l’ultima volta, dimenticata in Sicilia una prima famiglia giovanile, si faceva carico di una seconda senile e numerosa: vendeva detersivi nelle campagne baresi su un suo furgoncino dalle molte vite, coltivando un inesauribile entusiatico contenzioso con tutori dell’ordine d’ogni tipo e rango. Di comunismo non si occupava più. Era ancora agli uccellini del Paraguay quando il regio notaio morì di colpo apoplettico, ma questo non indusse Cenzino a tornare a Bari.

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Anzi, di lì a qualche tempo lo raggiunse sua sorella, anche lei in fuga dalla famiglia. Non so se ci sia un segno zodiacale preposto alle fughe familiari, ma, se c’è, è quello della mia nascita. Era accaduto che dopo la morte di quel mio nonno virtuale un certo giovanotto cominciasse a frequentare la casa della vedova, presumibilmente interessato alla figlia. Quando fu evidente che le cose non stavano così, la mia futura madre cercò improbabile consolazione e rifugio dal fratello fuggiasco e più plausibilmente li trovò in mio padre: con la benedizione di Cenzino, felicemente esentato da non cercati oneri sororali. Prima però che gli eventi precipitino desidero fare una dichiarazione. Non so se abbia valore legale, comunque notifico solennemente qui di ripudiare come nonna, a tutti gli effetti, la vedova del regio notaio. Non era una brava persona. Per il matrimonio notarile apparteneva alla buona società barese e poiché la buona società barese era fascista fu indennizzata della lacrimata vedovanza con un’alta carica provinciale nel partito: responsabile delle donne littorie o qualcosa del genere. Ne ricordo ancora le veloci ma conturbanti incursioni familiari in occasione di missioni politiche romane, orrendamente addobbata d’orbace.

Adesso che so mi domando che cosa ci trovassero i giovanotti di Bari, ma nemmeno quando ero bambino e ignaro i miei pensieri erano qualitativamente diversi. Stando così le cose della vedova nera, la casistica della caccia alla pecora deviante registrò anche il suo contributo. Tale pratica, si sa, è apprezzato esercizio di civismo in ogni tempo e in tutti i regimi, a tutela dell’imbelle uniformità del gregge: cambiano storicamente con i pastori le modalità venatorie, questo sì, ma i cani non mancano mai. La vedova appunto si vestì di eroica maternità romana, secondo i monumentali modelli del tempo, e denunziò l’antifascismo del figlio, il quale pertanto, come si è detto, dovette riparare rapidamente altrove. Mi si consenta a questo proposito una notazione finale. I nipoti possono ripudiare i nonni, i padri i figli; non i figli i padri, a quanto pare: quando mia madre e mio zio ebbero figlie femmine diedero loro il nome dell’esecranda. Misteri della filiazione, che la storia filiale di mio padre conferma. Quando io cominciai a farmi sentire mio padre e mia madre decisero di sposarsi. Non avevano quarant’anni in due, erano assai meno che poveri, ma al matrimonio non si fecero mancare niente. Ebbero sì un troppo breve banchetto nella pensione dove lavorava mia nonna, lei e Cenzino i soli invitati, poi però subito in viaggio di nozze: a Tivoli, per tre giorni.

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