Grazia Deledda

Grazia Deledda e la sua Roma nel libro che le ha dedicato la ricercatrice Rossana Dedola dal titolo “Grazia Deledda. I luoghi gli amori le opere” (Avagliano). Il saggio, ricchissimo, esce a 80 anni dalla morte e 90 dal Nobel, anche grazie al ritrovamento della corrispondenza finora inedita con interlocutori stranieri. Un testo che conferma il respiro europeo della grande scrittrice sarda poi trasferita a Roma in un intreccio di amicizie e inimicizie con il salotto artistico dell’epoca.



Quando nel 1927 Grazia Deledda vinse il Premio Nobel per l’anno 1926, anno in cui il premio non era stato assegnato, aveva cinquantacinque anni, da ventisei anni viveva a Roma, da molto tempo aveva smesso di andare in Sardegna ed era soprattutto consapevole della raggiunta notorietà, una notorietà che aveva sempre perseguito e per la quale aveva lottato sin dalla primissima giovinezza con una visione che partita da Nuoro l’aveva assisa tra le scrittrici di importanza mondiale.

La Roma che aveva conosciuto accompagnando il marito, Palmiro Madesani, era quella che circondava in un dedalo di stradine il Ministero dell’economia e finanza dove questi era impiegato.

Ma la casa dove ricevette il messaggio del Nobel era in via Porto Maurizio 15 – ora via Imperia. Al quartiere Nomentano, appena dietro il Policlinico. La casa con cui aveva lasciato un triangolo Sallustiano in favore forse di una Roma meno vicina al flusso urbano (allora!) e in corso di espansione.

Ma andiamo per gradi e riscopriamo i segni della presenza della Deledda a Roma.
Per tappe. Lo facciamo attraverso le sue case romane e partendo da questo nuovo bellissimo saggio di Rossana Dedola, già ricercatrice della Scuola Normale di Pisa e analista didatta e supervisore dell’Istituto C. G. Jung e dell’International School of Analytical Psychology di Zurigo, autrice di diversi saggi e narrazioni. La Dedola riesce a rintracciare questi segni topografici cittadini con una attenzione inconsueta.

Incominciamo dalle case romane prima del Nobel. Queste.

Via Modena 50. “Ricordi? Il primo anno del nostro soggiorno in Roma, quando nessuno ancora osava scovarci nel nostro piccolo nido di via Modena” (così scriverà al marito Palmiro).

Via Sallustiana 4. da cui scriverà l’unica lettera in inglese ritrovata. Così: “Dear Sir, I have received your letter. I schould very glad that Miss Colvill transalated my novel Cenere; when I was informed that Lyceum Club wishes publish one of my novel, I wrote to Miss Colvill of it”.

Via Cadorna 29. Come racconta la Dedola “Nel cortile del palazzo di via Cadorna in una fontana sormontata da una statua in terracotta delle tartarughe acquatiche vivono insieme ai pesci rossi”.




Oltre a queste c’erano quelle case non sue, in particolare quella di Prini a via Nomentana 32. Lì dove l’attende un invito: “E fra esse vorrebbe scolpire la sua testa di poeta. La prego di dirmi se Ella non avrebbe difficoltà a posare. Se vuol presentarsi Ella dal Prini l’indirizzo è via Nomentana 32: se poi volesse venire con noi sabato sera dai Prini, venga a casa verso le otto e mezzo. Dai Prini vanno parecchi artisti e quel prof. Garino che legge, mi dicono, meravigliosamente. So ciò che le disse Cena: non si scoraggi per così poco: ne parleremo”.

Sempre in quella via la casa di Emilio Cecchi con cui intrattenne rapporti di stima “eccedente” che si chiudono con il triplice invito al “silenzio, silenzio, silenzio”. La Nomentana trasuda scrittori. Sempre da queste parti c’è Pirandello a via Bosio dopo una ridda di cambiamenti di case accompagnate dalla malattia mentale della moglie.

Prima che trovasse questo turbinio cittadino per la Deledda c’era stata la Sardegna e una casa da cui scrivere (a Angelo De Gubernatis): “La mia vita è silenziosissima. Vivo in una casetta tranquilla perduta in una piccola città che poi è un grosso villaggio: le montagne sono il mio orizzonte, i libri i miei amici, il silenzio, lo studio, i sogni sono i cavalieri della piccola corte del mio ingegno”.

Una vita che, come si vede in questo filmato storico della Rai, mostra anche le sue contraddizioni e la sua asperità coraggiosa di cui fu voce la scrittrice.

Di Roma, invece, dirà “Amo intensamente Roma, e poi sono così assorbita dal lavoro che non ho tempo di abbandonarmi a inutili fantasticherie”. Rispondeva alla domanda: ha nostalgia della Sardegna? La risposta è un po’ più del “no”.

Poi c’è la casa ultima ora tirata giù per fare un palazzone rosa ma ce la immaginiamo come vista dal villino giallo-rosso (forse simile) ancora in piedi là davanti. Da lì scrive: “Eccoci dunque nella “nostra casetta” e di qui mi è caso mandarle il primo e più affettuoso saluto. Ancora stiamo in disordine, con gli operai in casa, ma fra poco tutto andrà bene”.

Il Nobel la raggiungerà lì. Come scrive la Dedola: “Pare che il comunicato ufficiale le venne dato da un addetto dell’ambasciata svedese che suonò al campanello del villino di via Porto Maurizio e che lei stessa andò ad aprire e, colta di sorpresa, avrebbe detto che la signora non era in casa. Un altro aneddoto racconta invece che sia andata ad aprire mentre sbucciava una cipolla e che il baciamano con cui l’avrebbe salutata chi le dava l’annuncio l’avrebbe messa in imbarazzo. Un altro aneddoto infine racconta che, quando le fu data la notizia, disse solo ‘Di già?'”

Di certo andrà lì e dira queste parole:

Lì in mezzo alle sue rose e all’orto del grande giardino la Deledda visse forse il suo periodo più sereno e felice, forse ritrovando la dimensione delle sue case d’origine in un ambiente più consono al suo respiro europeo. Da cittadina campagnola quando, come si dice, quella Roma del quartiere Italia era tutto campagna.




Appena fuori Roma amò Santa Marinella avendo difficoltà a trovare la casa della sua villeggiatura ma Santa Marinella, si sa, era meta di vacanza sin troppo ambita da artisti, giornalisti e intellettuali: Maria Montessori, Eleonora Duse, Sibilla Aleramo, Matilde Serao e il marito Edoardo Scarfoglio. Di seguito le preferirà Viareggio e Cervia – in quest’ultima intrattenendo rapporti con Marino Moretti.

Sempre di Roma o di appena fuori Roma, Grazia Deledda ricorderà le gite fuoriporta, in particolare ne ricorderà una all’Acqua Acetosa (e in una di queste gite subirà il sessismo maschilista di Pirandello, purtroppo d’ispirazione per la narrativa dell’agrigentino).




La biografia intellettuale della Deledda scritta dalla Dedola spazia tra i luoghi e non disdegna gli amori. Leggende note e notizie leggendarie che ce la restituiscono vitale e fragile. Innamorata e delusa. Sempre a caccia di dolcezza, sempre a rischio di tormenti affettivi. Poi placati da incontri che non riescono però a spegnerne il sentimento.

Così si alternano sentimenti non corrisposti o relazioni compromesse come quelle con Stanis Manca o con il giovane poeta calabrese Andrea Pirodda, il fidanzato segreto osteggiato dalla famiglia. Spesso una fondata o infondata – chissà – insoddisfazione: “Sono pur strana: spero, amo, sono amata e pure non sono contenta!” – gli scriverà.

Poi archiviato quest’amore sarà la volta di Giovanni De Nava a cui dire “Dal due luglio io penso intensamente a te”.

Sia detto per inciso: il libro della Dedola risplende di un fiume di ricostruzione, epistolari e cartoline postali recuperati. Il ritrovamento presso biblioteche europee di 86 lettere e cartoline postali inedite di Grazia Deledda, una addirittura in inglese, sono il corpo di verità su cui il libro innesta una narrazione avvincente che non lascia mai tranquilli né a proprio agio.