Graziano Graziani

Giornalista e poeta. Studioso di teatro e conduttore radiofonico. Graziano Graziani in questa intervista si rivela soprattutto romano. Più di altri (dal punto di vista della conoscenza e della frequentazione). E meno di altri (dal punto di vista dell’oleografia e del bozzetto). Grazie (e nonostante) alla scelta di scrivere in dialetto. I suoi “I Sonetti der Corvaccio” (“La Camera Verde”) affrontano con coraggio e vincono sul canone rappresentando un poema che ha la forza di una “Spoon River” insieme universale e stracittadina.

Corvaccio cover

Com’è nato il progetto quali ne sono i riferimenti letterari?

Il progetto “Corvaccio” ha assunto varie forme nell’attesa (forse vana) di trovarne una definitiva. I primi 108 sonetti sono raccolti nel libro, ma ce ne sono un’altra cinquantina inediti. C’è poi una versione video, con piccole clip di attori che interpretano un singolo pezzo a testa: sono una quarantina, per ora, pescati sia tra gli editi che gli inediti.
Intanto è un progetto che è nato parecchio tempo fa. I primi sonetti li ho scritti dal 1996 al 1998. Avevo 18 anni e i riferimenti erano legati sicuramente a quel periodo che coincideva con quello dell’adolescenza.

C’è un riferimento alla poesia dialettale romana, non tanto il Belli perché la mia non è una lingua belliana anche se il sonetto come forma viene da lì. Forse c’è Trilussa che rappresenta una lingua più vicina alla nostra poi, naturalmente, Spoon River che avevo conosciuto nella forma musicale di De André, che a quei tempi ascoltavo molto, e successivamente come lettura. Ci sono poi anche dei riferimenti cinematografici come “La voce della luna” di Fellini e “Mortacci” di Citti.

Anche in quei due film c’era questa idea che forse non era la memoria quello che uno doveva perseguire ma l’oblio. Potevi ripartire per il tuo viaggio solo quando avevi abbandonato l’ultimo legame con i vivi: quella era la vera morte.

Che senso ha per te scrivere in romanesco e, prima ancora, ritieni si possa ancora usare questa connotazione dialettale per una lingua che, in fondo, è diventata un ibrido?

Ho aspettato molto a tirare fuori questi lavori tenendoli nel cassetto per parecchio perché mi sembrava una cosa un po’ fuori tempo scrivere in dialetto in anni di sperimentazione di tutt’altro tipo. Però avvertivo una sorta di grande fascino soprattutto dal punto di vista metrico. Il romano era una lingua, dopo l’utilizzo fatto da Pasolini, diventata del cinema e della televisione contraddistinti dalla comicità più volgare. Sembrava impossibile dopo tutto questo uscire dalla macchietta.

Poi c’è stata una sorta di recupero partendo dai contesti mutati della controcultura e si tornava a fare spettacoli dal dialetto. C’erano gli Ardecore e la scena sperimentale, i classici della tradizione romana riarrangiata, cose che tornavano a dire che la lingua poteva essere usata fuori dalla macchietta come una lingua letteraria con la sua giusta distanza e in una forma talvolta bastarda e ibrida. Mi è sembrato che ci fosse una presa di coscienza generale e per me è stato un invito a tirare fuori dal cassetto quei sonetti.

Il ritorno al dialetto – tu citavi gli Ardecore ma ci sono pure Ascanio Celestini e Mannarino – non nasconde forse il bisogno di trovare un codice di condivisione in una Roma che diventa sempre meno romana e sempre più slabbrata, decontestualizzata? E poi Pasolini che in questo periodo è tornato a far (tanto) parlare di sé.

Pasolini aveva una esigenza, aveva un bagaglio culturale, da una parte, ed era affascinato dalle borgate, dall’altra. Voleva raccontarle nella forma più fedele possibile: inquieta e anche perturbante. Se vuoi aveva la necessità di restituire una realtà. Se avesse usato una lingua letteraria non ci sarebbe riuscito.

Nel suo caso, tutta la vita vissuta respira l’aria di un disargine, del desiderio di voler far parte di un mondo che gli sembrava primitivo. La sera tirava tardi e la mattina si svegliava con calma e lavorava compulsivamente cercando di mettere in pagina questa primitività di cui ha cercato di imbeversi.

E’ sicuramente l’intellettuale che più ci ha influenzato nella seconda metà del Novecento. Quello che voleva mettere a fuoco era legato all’animo umano ma anche ai macro eventi che contraddistinguevano Roma in quegli anni. C’è ovviamente la sessualità come una materia incandescente ed è vero che Pasolini alla fine si avvicinava a tutto questo con un grande fascino e voglia di immergersi ma sempre da intellettuale. La grande complessità che lui riesce inserire nelle sue opere deriva da questo l’utilizzo che lui fa del romanesco. Il mio intento nei sonetti non ha l’obiettivo di rendere questa complessità né la raffigurazione antropologica. Si tratta piuttosto del recupero di una immediatezza che sembra essere stata annacquata da un lato da una forma letteraria mediata. L’italiano è una lingua letteraria. E’ difficile che la gente lo parli correttamente ma, d’altra parte, il rischio della macchietta offerto dal dialetto era molto presente.

Per me si è trattato del recupero di una lingua del quotidiano che ha una sua verità e che non è necessariamente di profondità antropologica. E’, piuttosto, una verità di maschera e tornerei qui alla maschera della Commedia dell’Arte, la tipizzazione umana che lascia intravedere delle inquietudini personali anche profonde.

Per venire a Roma e a te: quali sono i tuoi quartieri, quelli in cui sei nato quelli in cui hai vissuto?

Roma sono tante città, una geografia anche emozionale. Io sono tornato a vivere a Testaccio dove avevo già vissuto ma ho avuto un’adolescenza tra Bravetta e Monteverde, in una Roma allora periferica, forse oggi non più. Era una roba interessante penso al “Residence Roma” che allora era una città di forte disagio in cui erano state concentrate persone con problemi giudiziari, un ghetto. Poi c’era “Il Serpentone” che ora è già recuperato ma negli anni 90 era una zona di problematicità. Poco più avanti c’è Primavalle, una Roma Ovest non al centro delle narrazioni quanto Roma Nord o Roma Sud ma molto interessante. A ovest la città si è espansa come un tumore fino al mare dove l’urbanizzazione si è dovuta fermare. Fiumicino e, prima, zone industriali, camionisti, Ponte Galeria. Tutta una serie di stradine che facevo anche io per andare al mare in motorino, evitando l’Aurelia per non rischiare di essere falciato dai camionisti. Sono stato molto legato, poi, per discorsi di progetti, ai luoghi delle occupazioni degli anni 90 dove c’era una vera e propria controcultura – che è, in realtà, una parola degli anni 70. Parlo dei centri sociali che mi hanno fatto ritrovare anche nella dimensione dei teatri e della sperimentazione. Due valori che si erano perduti.

Graziano Graziani (foto di Ilaria Scarpa)

Graziano Graziani (foto di Ilaria Scarpa)

Siti.
http://grazianograziani.wordpress.com/
sonettiromaneschi.wordpress.com

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