Hammam Balcania

“Hammam Balcania” di Vladimir Bajac, un invito alla lettura a questa sinfonia dell’acqua.




“Hammam Balcania” (2008) di Vladislav Bajac, traduzione di Isabella Meloncelli (Milano, Jaca Book, 2012, pp. 411, € 20,00) non è un libro per recensori. Il titolo è chiaro: si tratta di un hammam, ovvero di un bagno turco, che è un luogo in cui entrare, sedersi e aspettare che il vapore, mentre offusca la vista, apra i pori della pelle, disponga ad accogliere il detergente, ma anche a liberarsi delle proprie impurità; e questo hammam si chiama Balcania¸ perché è lo specchio di una zona d’Europa composita, di cui è sempre in questione l’identità: i serbi sono sconfitti nella battaglia del Kosovo (1389), ma sono indomiti guerrieri, sono cristiani e musulmani, sottomessi agli ottomani, ma quasi padroni in casa propria.

Per semplificare, un recensore può dire che questo libro sull’identità si apre con l’immagine dell’autore che passeggia sul ponte sulla Drina costruito dal grande architetto Sinan presso Visegrad, in Serbia, su invito del gran visir Mehmet Sokollu, e che da qui prende le mosse per raccontare la vita intrecciata dei due personaggi storici, greco il primo (Bajac non ha dubbi; altre fonti lo dicono armeno, o turco) e serbo il secondo di nascita, ma ottomani d’adozione e di cultura.

In realtà “Hammam Balcania” si apre a Cirene, “il più bello e il più avanzato insediamento ellenico in Libia”, dove visse Aristippo (435-355 a. C.), il maestro di tutti coloro che fondano la vita sulla ricerca del piacere. Questa spiazzante ouverture sulle origini dell’edonismo (Hammam o l’abilità del vivere), a guardare bene, contiene in nuce, l’immagine che definisce tutto il libro. Vi si ricorda infatti che già prima di Aristippo, ai tempi di Pindaro, nella gaudente Cirene vi erano molte “sorgenti d’acqua che irrigavano artificialmente i suoi giardini a terrazze”.

“Hammam Balcania” è infatti una sinfonia dell’acqua, in senso metaforico e in senso letterale. Mehmet Sokollu (1505-79), già Bajo Sokolovic, detto Bajica, viene seguito lungo tutto lo scorrere della sua vita da serbo strappato alla sua famiglia, anzi al monastero ortodosso dove studiava, forzato a convertirsi all’islam ed educato all’amministrazione civile e militare, campi in cui dette stupefacente prova di sé, tanto da diventare uno degli uomini più fidati di Solimano il Magnifico e dei suoi due successori al trono. Ma viene anche seguita la vita del grandissimo architetto Sinan, morto quasi centenario nel 1588, che di Bajica/Mehmet fu amico e collaboratore per decenni. Allo scrittore “soprattutto gli va di incrociare” dichiara Bajac (p. 40), ma gli incroci servono soprattutto a definire, perché ogni identità è fluida come l’acqua, e ciò che l’acqua incrocia, l’altro da sé che non confluisce nel medesimo elemento, è il suo argine. Se non trovasse un argine, l’acqua non sarebbe acqua, ma nulla.




Così Bajica è definito da Sinan, e viceversa: il genio organizzativo del serbo trova il suo limite nella capacità costruttiva del greco ed entrambi sono perfettamente ottomani perché la loro nuova identità è definita da ciò che furono prima e intimamente continuano a essere. E se l’architetto costruisce ottimi ponti perché innanzitutto li pensa in relazione all’acqua (e non parla “di un’acqua qualsiasi, bensì proprio di quella che doveva essere sovrastata dal ponte”, p. 119), il burocrate dà grande prova di sé facendo costruire una nuova flotta alla morte del grande ammiraglio Hayrettin Barbarossa.

L’incrocio delle definizioni nel libro si allarga per cerchi concentrici: i due personaggi storici, protagonisti dei capitoli numerati in traduzione a cifre arabe (nel testo originale serbo, scritti in caratteri latini), fungono da limite alle discussioni storiografiche sull’epoca ottomana tra Bajac personaggio (V. B.) e il suo amico turco Orhan Pamuk (immortalato qualche mese prima di ricevere il premio Nobel), riferite nei capitoli numerati a cifre romane (in serbo, scritti in caratteri cirillici). Ci si può spingere fino a trovare una somiglianza tra Sinan e “l’architetto” Pamuk da una parte, e tra Bajica e “l’esploratore di confini” Bajac.

Il gioco certo non si ferma. L’autore, nei capitoli di cui è personaggio, spesso si libera di Orhan Pamuk e si confronta con altre figure: un intellettuale serbo convertitosi al buddismo, un matematico (serbo) che pratica la poesia giapponese haiku (come lo stesso Bajac), l’arpista “neoceltico” Alan Stivell che diventa suo malgrado un simbolo dei separatisti bretoni, un capo del movimento indipendentista basco che offre appoggio logistico ai nazionalisti serbi proprio nella persona di V. B. e altri personaggi più famosi che fanno la gioia del recensore (uno per tutti: Allen Ginsberg), ma che sono solo uno dei cerchi nell’acqua di “Hammam Balcania”.




Se l’identità nazionale è sfuggente come il vapore acqueo, i muri del bagno turco ne sono la definizione. Il libro di Bajac è anche una ricerca dell’identità serba un decennio dopo le guerre balcaniche in cui Europa e USA hanno compiuto un intervento umanitario a favore dei bosniaci e contro i serbi in una campagna denominata Angel of Mercy, ‘angelo misericordioso’.

Se dall’acqua si sprigiona un sentore nazionalistico, va però riconosciuto a Bajac il merito di aver composto un’opera sconfinata, che il recensore non può che tradire, e che avrebbe bisogno di un immaginario cartografo dell’acqua, in grado di cogliere non solo il profilo della costa, ma anche tutte le correnti nascoste che portano da un punto all’altro del libro.

Un tale cartografo, per parafrasare Borges (altra celebrità presente nel libro, in un aneddoto su Shakespeare), potrebbe produrre solo una carta grande quanto il territorio considerato. Un’ultima, insufficiente considerazione: opera zen, romanzo storico, diario filosofico, superbo esercizio di umiltà di un nazionalista cittadino del mondo, Hammam Balcania rivela il vero senso dell’epitaffio di John Keats “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto nell’acqua”: la pietra torna in polvere, ma un nome scritto nell’acqua ha definito l’indefinibile e ambisce all’eternità.

Questa recensione è stata pubblicata su “Il Manifesto – Alias” nel 2012.