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Rileggere “Una giornata ideale per i pescibanana” di Salinger.

Ogni volta che rileggo “Una giornata ideale per i pescibanana” di Salinger, un racconto che ho letto non so quante volte, ho una reazione diversa. La prima volta che l’ho letto, ricordo, pensai chiaramente “che fico”, un’espressione che uso poco in genere, e che potrebbe significare molte cose.

Per me, all’epoca, significava: questo qui è riuscito a scrivere un racconto pieno di vita partendo dal (o meglio, arrivando al) suicidio del personaggio principale, che tra l’altro è uno scemo di guerra, una cosa tristissima, disperata, tragica, eppure tutto quello che mi resta ora – questo pensai al termine della mia prima lettura di questo racconto – è un’immagine fortissima di vita.

Il mare, l’acqua salata in bocca e sulla pelle, il colore azzurro cristallino, la sensazione di freddo che si ha subito dopo il tuffo e poi il calore del sole, gli schiamazzi dei bambini lontani, la linea della spiaggia.

Qualcosa di bello, che ti apre il cuore. Quella chiusa terribile, fredda, repentina, il caricatore, il calibro dell’arma, il colpo alla tempia, tutto questo per quanto orrore nero potesse portare non riusciva a coprire il blu del mare, il giallo del costumino di Sybil, il bianco dell’accappatoio di Seymour. Quella era la forza dirompente della vita nel cuore del racconto, un racconto, è bene sottolinearlo, brevissimo.

Insomma, “fico” per me significava tutto questo. Dovevo essere piuttosto ragazzino la prima volta che lessi quel racconto.

Poi, un’altra volta, trovai il racconto “agghiacciante”. Altro che storie. Il suicidio di Seymour cancellava tutto, eccome. Anzi, quel racconto, pur contenendo un’esplosione di vita, era un racconto dell’orrore. Era la dimostrazione che la felicità è istantanea, un tuffo tra le onde, e prima e dopo c’è l’orrore, la guerra e il suicidio.

E poi c’era la favola dei pescibanana, quella che Seymour racconta a Sybil: i pescibanana entrano nelle grotte sottomarine ricolme di banane, ne mangiano così tante che diventano ciccioni al punto tale da non poter più uscire dalla grotta. E così muoiono. Chi si abbuffa di vita muore. Questo era il messaggio. Agghiacciante.

Poi, in periodi più accademici del mio approccio alla lettura, mi beavo delle radici minimaliste di questo racconto, della sua capacità di descrivere una parabola perfetta nel giro di pochissime pagine. Vedevo nella dirompente metafora di questa storia il prodromo dello stile di Raymond Carver (oggi forse non sono già più di questa opinione).

Poi, nel corso di altre riletture, ho pensato che i dialoghi della prima parte fossero meravigliosi (e ho lodato Carlo Fruttero per averli saputi riportare così bene). Non me ne era mai fregato niente della prima parte di questo racconto, non vedevo l’ora di arrivare al bagno di Seymour e Sybil a caccia di pesci banana e il conseguente colpo in testa nella stanza di albergo. Invece a partire da una certa rilettura in poi quel racconto cominciava a brillare fin dalla prima pagina. Con la moglie di Seymour che nonostante il telefono della sua stanza stesse squillando finiva di passarsi lo smalto sulle unghie prima di rispondere. Una calma ciclopica. E poi il dialogo con la madre, che è meraviglioso.

Sono convinto che non ci sia niente di più difficile, per uno scrittore, che rendere la naturalezza del parlato. Alla fine chi scrive ci infila sempre qualcosa di troppo, una forzatura, un eccesso di precisione dovuto alla paura che il lettore non possa seguire il discorso, la necessità di fornire elementi spesso vitali per la struttura del racconto in poche battute. Niente di tutto questo. Il dialogo tra Muriel Fedder e sua madre è vero. Sembra registrato, sbobinato e riportato su carta.

La madre ha paura che Seymour possa combinare qualche pazzia (è pazzo, dopotutto) e la figlia la tranquillizza dicendo che non c’è nulla da temere, conosce bene suo marito e sa che non farà nulla di male. È una scena che si svolge subito dopo la seconda guerra mondiale, in un albergo in Florida. Durante un paio di viaggi negli Stati Uniti sono andato al mare in Florida – e inevitabilmente mi è capitato di pensare a questo racconto – ma le prime volte che lo leggevo l’ambientazione parlava di un tempo e un luogo che mi erano sconosciuti, eppure io ero lì, dentro la stanza 507, ascoltavo quel dialogo e pensavo “Cretina, non ti rendi conto che tuo marito tra qualche ora si tirerà un colpo? Ha ragione tua madre, stai attenta”. No, lei era così tranquilla che dormiva quando Seymour tornava in stanza e tirava fuori l’arma nascosta sotto i vestiti ancora piegati in valigia.

Chissà cosa penserò la prossima volta che leggerò questo racconto. Magari mi soffermerò sulla brevissima scenetta in ascensore in cui Seymour si incavola perché una signora – lui dice – gli sta fissando i piedi. Oppure su quell’altro flash in cui la mamma di Sybil, mentre la bambina ripete in continuazione “acchiappatoio” anziché “accappatoio” dice una cosa del tipo “diventerò matta se lo dici un’altra volta”.

C’è una tale ricchezza in queste pagine. Chissà se c’è mai stata davvero una giornata ideale per i pescibanana. Di sicuro è sempre una giornata giusta per rileggere questo racconto.
(Dai miei appunti del 2007, in continuo aggiornamento)