I pizzicagnoli a Pasqua

I pizzicagnoli a Pasqua è un brano che traiamo da quel ricco repertorio di notizie che è “Curiosità romane” di Costantino Maes (che rileggiamo grazie alla ripubblicazione di AB editore). E giusto per farvi venire un po’ di appetito.





I pizzicagnoli a Pasqua
di Costantino Maes

La devozione dei pizzicagnoli, o come dicono a Roma,
pizzicaroli, è grande, profonda pel solenne anniversario
dell’alto mistero della Redenzione umana.
Egli è indubitato, per altro, che sotto queste feste i detti
industrianti fanno affari grassi, affari d’oro; e l’elemento
dell’interesse ci entra per un coefficiente certo non piccolo
nel loro fervore pasquale artistico.

In conseguenza, del sacro e del profano si fa il più stupendo
mescuglio nelle pizzicherie di Roma la vigilia di
domenica di Pasqua. Le salsamenterie si trasformano in
tempii e cappelle; i pizzicagnoli in architetti, i commestibili
in colonne, cornicioni, timpani ed ogni altra membratura
architettonica. I prosciutti, le salsiccie, le bianche vesciche,
i limoni, le foglie di lauro si convertono in mosaico e formano
il soffitto; le forme di parmigiano e d’altri formaggi
sovrapposte l’una all’altra si aggiustano in colonne; con le
candele di sevo si fanno le frangie ad una cortina di mosaico,
che ricopre le parti interne; con burro e ricotta si
fondono delle statue intere, dei gruppi storici di soggetti
cristiani e biblici, che lo spettatore stupefatto è tentato a
prendere per lavoro in alabastro. Tutta la piccola bottega
si converte in un chiaro tempio, scintillante con le stelle di
carta dorata, ed illuminato graziosamente con palloncini
qua e là sospesi, e riflettendo negli specchi gli sterminati
mucchi d’ova.

Il pizzicagnolo romano fa tutto questo non per il solo
e puro amore del guadagno (deve renderglisi questa giustizia),
ma ben si scorge essere in questa reggia dell’arte
trasportato anch’egli dal sentimento del bello: il pizzicagnolo,
sia pure di Norcia, acclimatizzato in Roma, sente il
gusto architettonico, e dura tutta questa fatica sciupa due
giornate di tempo, per dilettare colla vista di quella pompa
il suo pubblico, e per dilettarsene egli stesso.

Il seme dei primitivi Quiriti non è morto nei nostri
abitanti; la scintilla del genio di Roma non è spenta; le
turbe dei forastieri non l’hanno potuto pervertire, esso è
sempre popolo e non plebe anche nelle bisogne più ordinarie
della vita.