Il portacenere di tutti

Il portacenere di tutti della stazione Termini.




C’è stato un tempo, sì, in cui io fumavo.
C’è stato in verità un tempo lungo.
Un tempo in cui ogni angolo di tempo in mezzo al non potere era volere. Volere con forza.
Volere fumare. In questa formula della felicità – poter fare quel che si vuol fare quando lo si vuol fare – si riassume la frustrazione del fumatore in libera uscita in epoca di proibizionismo.

C’è stato un tempo non lontano in cui anche io fumavo. E fumavo da anni. Qualcosa come un 26 anni tra sigarette e sigari. Ricordavo il gesto di accendere quando volevo e quello in cui dovevi andare a nasconderti da qualche parte e sotto nasi finti e occhiali scuri spippettare irriconoscibile.

Il luogo per eccellenza delle trasgressioni – consentite (e pure di quelle di frodo) – nicotiniche era la stazione – l’aeroporto disegnava confini ancora più claustrofobici e concentrazionari lavorando sul senso di colpa in modalità che avrebbero fatto felice il padre di tutti i lettini (peraltro tabagista anche lui).

Alla stazione, massime a quella di Termini, si acquietavano le due tensioni – quella colpevolista e quella lasciva delle tirate – spesso attorno a questa coppa dei campioni della crisi di astinenza che vedete ritratta in foto, allo sbocco su via Giolitti. Poi si partiva incerti se tornare…a fumare e quando.

Tempo fa, libero dal vizio, ho incontrato un libro genialmente consolatorio che vorrei consegnare a quelli che non hanno provato manuali per la liberazione dal vizio del fumo o che li hanno letti senza successo e con frustrazioni successive. Il libro è “I miei portacenere” (nottetempo), l’autrice Florence Delay, e il libro è una festa in onore delle sigarette fumate e di quelle spente. Nei portacenere appunto. Un’inno alle volute del fumo.

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Il testo si accompagna con frasi rasserenanti come “ogni mozzicone è l’epilogo di un pensiero geniale”. E da ricordi dei bei tempi andati di un fumatore e da quelli del si stava meglio quando si stava peggio: “Da quando c’è questa legge, le strade sono diventate immensi portacenere informi. Tanti piccoli cadaveri galleggiano nei canali di scolo, ingombrano i marciapiedi, s’incrostano nelle griglie di protezione degli alberi. Visione morbosa e macchia disgustosa per gli addetti alla manutenzione delle strade. Per rispetto nei loro confronti ho comprato un portatile, un portacenere portatile ovviamente”. Ovviamente. La Delay lo ammette “il mozzicone è una creatura orribile”. E la Stazione Termini ce ne dà prova. Anche per la tristezza di quelli incastrati nella griglia con tutti gli incontinenti che gli si assiepano attorno ansiosi di partire quanto almeno di riuscire a dare due tiri prima che si entri nel gulag dei convogli. Dei barboni che recuperano due tiri dalle sigarette spente di fretta.

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Il portacenere della Stazione Termini non può finire nel testamento della collezione della Delay (che ha scritto in realtà una storia del successo del tabacco nei secoli transitando per simbologia, psicanalisi ed etimologia, ha scritto persino la storia di un colore, il grigio, e di una consistenza, quella della cenere) quello in cui si chiede “a chi lascerò i miei portacenere?” e dopo “O miei portacenere, mie muse, quando sarò cenere e polvere, che ne sarà di voi?”. Questo rimarrà a futura memoria. A domani e alla disperazione sempre più nevrotica di chi conta i minuti dalla partenza e dalla prossima sigaretta. E a dopodomani. A ogni giorno.

Postscritto per i resistenti tabagisti. La Delay anche lei, persino lei, ammette il desiderio della liberazione dal suo vizio e i tentativi coerenti ma conclude con una frase piena di ottimismo e speranza nella sconfitta che possiamo far nostra anche da liberati dal vizio: “Convertirsi è un’attività senza fine, un incipit permanente”.