Il Teatro Argentina

Esce “Andare per teatri” (il Mulino) e ci riguarda. Roma ha, infatti, tanto da dire attraverso la voce talvolta solo muta delle sue quinte, delle sue scene. Attraverso la scrittura vivace del suo autore, Nicola Fano, scopriamo la genesi “normale” del Teatro Argentina.


Mette allegria pensare che l’Italia può essere raccontata dall’interno dei palcoscenici, dalle sue quinte silenziose o operose. Questo libro di Nicola Fano – esperto del tema – riesce con un linguaggio accattivante ma mai sciatto a trasmettere la bellezza di un possibile turismo basato (basato, già) sui teatri.

“Andare per teatri” è una guida ragionata sulle grandi costruzioni delle nostre infrastrutture di scena. Alla rassegna non poteva mancare la Roma degli antichi teatri come il Teatro Marcello e quello di Ostia e quella più moderna del Teatro Argentina e del Teatro Costanzi (altrimenti detto del Teatro dell’Opera). Ma al rendiconto dello storico del teatro non poteva mancare la bella stagione delle cantine romane e dei vari Beat 72 e Teatro dei Documenti, luoghi che hanno ridato novità alle sorti del palcoscenico italiano classico.

Ci dilungheremo sul Teatro Argentina e sulla sua capacità di simboleggiare quella che è una caratteristica romana ovvero far le nozze coi fichi secchi.

Il Teatro Argentina nasce, infatti, con una delle stigmate tipiche della città ovvero l’affarismo dei suoi palazzinari. Giuseppe Cesarini Sforza, che è colui che coglie l’opportunità della costruzione, ne rappresenta un prodromo. Discendente di una famiglia che era stata ricchissima ma che poi aveva dilapidato tutto, intercetta nella costruzione dell’Argentina un affare. Nel 1731 Roma ha 150.000 abitanti di essi la metà sono preti.




Soltanto 75000 lavorano. Dove sarebbe l’affare? Non ci sarebbe, già, eppure Cesarini Sforza crede nel progetto di un teatro popolare ben sapendo che probabilmente avrebbe riguardato soltanto la Curia e perciò stesso sarebbe stato sottoposto a diversi caveat inibitori delle rappresentazioni. C’era da credere che non dovesse trattarsi davvero di un grande affare quello di costruire un teatro e invece qualcosa gli fa intuire che l’Argentina avrebbe potuto modificare le abitudini dei suoi cittadini. Ma è solo un modo per dirlo perché la prima grande intuizione del committente fu quella di scommettere sul successo della sala attraverso una gestione oculata dei finanziamenti pubblici: in breve ottenere denaro e spendere meno di quello che si è ottenuto. Nozze e fichi secchi: ecco la magica abbinata.

Ma, per iniziare, l’anomalia. L’Argentina nasce un po’ discosto in un punto centrale ma non definitivo dell’Urbe. La sua funzione principale sarà e continuerà a essere per anni quella di incontro di salotto a discapito del lato artistico.

Scrive Nicola Fano: “Quasi in ogni città d’Italia i teatri sono stati costruiti di fronte o nei pressi del municipio e con esso incarnano il cuore della lo comunità. A Roma no a Roma tutto ciò che non è Chiesa è costretto a inseguire continuamente il proprio senso civico e urbanistico: qui, neanche il teatro basta a sé stesso”.

Le vicende dell’Argentina sono lunghe. Il nome al teatro deriva dalla vicina torre di cui è proprietario Giovanni Burcardo, alsaziano della diocesi di Strasburgo – Argentinensis, appunto. L’edificio viene progettato nel 1731 da Girolamo Teodori e viene inaugurato nel gennaio 1732. Ma è nell’Ottocento, e precisamente nel 1826, che la facciata è il vestibolo assumono una forma mentre nel 1887 sarà la volta dei salotti.

Nel frattempo il teatro era passato di mano, ceduto all’inizio dell’Ottocento ai Torlonia, un’altra famiglia esemplare per l’affarismo romano. L’Argentina si avvicina ad essere quello che conosciamo noi con le modifiche prima dall’architetto Gioacchino Ersoch poi da Marcello Piacentini che nel 1927 mette mano all’atrio e al foyer.

Ma teatro – è pleonastico dirlo – non è solo l’Argentina, né lo è per la sola Roma quindi, felici, vi lasciamo alla lettura di questo giro d’Italia per scene, scritto per far pensare i lettori alla storia dei teatri come a una ragionata sequela di punti in una mappa camminabile curiosamente guidata dalla voce di Fano.