In viaggio con Zweig

E’ proprio vero che il vero viaggio accade dentro noi. Recensiamo “Quel paesaggio lontano. Pagine di viaggio e di libertà” di Stefan Zweig (EDT).




Stefan Zweig amava porti e stazioni, quanto noi, più di noi. Racconta che poteva starci davanti per ore in attesa che una nuova ondata rumorosa di gente e di merci superasse quella appena precedente. E in questo ci ricorda un po’ come siamo fatti noi, noi anche quando qualcuno ci guarda in modo strano mentre siamo in qualche parte del mondo a osservare qualcosa che apparentemente sembra trascurabile. O a fotografarlo.

Amava, Zweig, urla e rumori e naturalmente amava tanti luoghi: New York nella sua estranea molteplicità, Marsiglia, Ypres (la città senza cuore), la cattedrale di Chartres, la doppia Salisburgo, la natale Vienna dove “era un dovere sociale ballare bene”, la Bretagna, Londra, l’oziosa Ostenda, Siviglia, Algeri, la tragica Bruges, i mille templi di Benares e il “il sentimento d’indicibile tenerezza” che gli suggerisce una notte sul lago di Como.

E poi Merano, con quale cura raccontata nella sua luce di vitivinicola: “La fine d’ottobre ha da tempo staccato gli ultimi grappoli dalle viti, ma le vigne brillano ancora di una luce delicata eppure infuocata. I pampini risplendono lucidi e color ottone e sempre, quando una tenera brezza li fa cadere tremuli a terra, si ha l’impressione di sentirli suonare come sottili lamine di metallo. Buio l’autunno guarda dentro la campagna”.




Quel mostro – in senso buono – di Zweig, sapeva che la bellezza di una città non si basa mai soltanto sulla sua architettura, ma sempre contemporaneamente su un suo particolare legame con la natura. E sapeva che il viaggio non è altro che uno spostamento di energia perché partiamo “per il gusto di non essere a casa e quindi di non essere noi stessi”.

Lo spiega anche Gabriella Rovagnati, che ne è la traduttrice dal tedesco, nell’introduzione. “L’esperienza del viaggio – scrive – accompagnò Zweig fin dalla prima infanzia, poiché proveniva da una famiglia abbiente e cosmopolita (sua madre era nata e cresciuta ad Ancona), che non solo si recava in vacanza in esclusivi luoghi di villeggiatura, ma – nella miglior tradizione della buona borghesia – concepiva il viaggio anche come momento fondamentale di formazione”.