Come inizia la gioia del vagare senza meta

E’ in libreria per ediciclo La gioia del vagare senza meta. Piccolo eserciziario della flânerie di Roberto Carvelli. Ecco a voi l’inizio del libro.

Non ricordo quando ho cominciato a camminare. Quando, dopo vari gattonamenti, ho iniziato a guardare il mondo da una verticale. Da solo, senza più mani nelle mani. Da
quei settanta-ottanta centimetri, ritti ad altezza delle ginocchia altrui, dei basamenti delle statue, delle gambe dei tavoli. Non lo ricordo come mi sembra non lo ricordi quasi nessuno.
Forse il ricordo si forma congiuntamente all’andare in piedi. E, infatti, ricordo i passi che sono venuti subito dopo. Incerti ma scalmanati, subito stanchi.

Come a due velocità. Uno: strilli urli salti cadi. Due: ti abbandoni alle braccia o al passeggino spinto dalle stesse braccia, incapace di qualsiasi atto se non un guardare di qua e
di là come se gli occhi si sostituissero ai piedi nella motilità, non rinunciando alla scoperta del mondo, non alienandosi l’irrequietezza. Ecco, parlare dell’andare a piedi è come tracciare, per citare la famosa raccolta di saggi in movimento di Chatwin, un’“anatomia dell’irrequietezza”.

Non c’è altra spiegazione al viaggio da fermo o a quello senza scopo della flânerie come pure, per me, a quello più avventuroso dell’esplorazione.
Andare e guardare, tutto qui.

Acquista il libro.

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