Irene Chias

Intervista a Irene Chias di cui per Laurana esce “Non cercare l’uomo capra” – romanzo d’amore e migrazioni. Le sue città, i suoi romanzi. Semplicemente la fiducia nel racconto del presente.




Il romanzo fotografa un momento storico straordinario. Quello dello sbarco dei migranti. Straordinario vuol dire opportunità, novità, per qualcuno pericolo. Ma alla fine, forse, quando lo guarderemo a distanza ci ricorderemo della sua straordinarietà in termini più neutri e insieme assoluti.

Non lo so, le migrazioni ci sono sempre state. Dal sud Italia sono partite quasi intere generazioni per le Americhe o per il nord Europa, quando non semplicemente per il nord Italia. Il problema è che oggi queste migrazioni, in un momento in cui la terra non è mai stata così popolata di esseri umani, colpiscono non solo perché massicce, ma anche perché vengono guardate attraverso il filtro dell’ideologia.

Quella nazionalista da un lato, quella del multiculturalismo dall’altro. E questo crea degli effetti spesso devastanti sulla vita di persone reali che fuggono dalle guerre o dalla fame, o qualche volta inseguono semplicemente un sogno, endogeno o inculcato da flussi culturali che arrivano dal primo mondo.

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Sei siciliana ma vivi a Milano, come è ed è stato il tuo ambientamento?

Partire e sradicarmi ha fatto parte della mia vita dai 14 ai 30 anni. In questo lasso di tempo ho cambiato città otto volte. Con Milano non è stato particolarmente diverso. Avevo anzi il vantaggio di tornare in un posto in cui si parlava la mia lingua, in cui potevo più facilmente condividere il senso della cucina italiana dopo tre anni in Francia, a Lione, divisa fra le frattaglie tipiche della regione Rhône-Alpes e le porzioni affamanti della Nouvelle cuisine.

Sono abbastanza aperta alle esperienze culturali diverse, ma Milano è stato per certi versi un ritorno a casa, ma con un buon lavoro che in quella che consideravo davvero casa, la Sicilia, non riuscivo ad avere, esperienza paradossale e grottesca che racconto in “Sono ateo e ti amo”.

Tra le righe dei tuoi libri si percepisce una certa inquietudine geografica. Come è il tuo rapporto coi luoghi? Puoi parlarmi di quelli in cui vivi e hai vissuto?

Una volta un mio amico mi illustrò una sua teoria esistenziale piuttosto semplificata: la teoria dei terzi. Secondo questo suo sistema di pensiero, la felicità, o anche un semplice appagamento personale, era costituita per un terzo dall’interesse per quello che si fa, lavoro; per un terzo dall’essere circondati da chi si ama, amore; e per un terzo dalla bellezza del posto in cui si vive, luoghi. Poi lui è andato a vivere in Cina, e quando ci sentivamo ci chiedevamo: quanti terzi hai per ora?

Per quanto schematica, la teoria dei terzi ha un che di affascinante e trovo profondamente vero che la bellezza del luogo abbia un suo peso importante. Per me la bellezza è legata al mare, ed è quello che più mi manca. Mi mancava durante il mio periodo londinese, durante quello lionese, come mi manca adesso.




Sei mai stata a Roma?

Ci ho abitato quattro anni, ci ho fatto l’università. È forse la città più sconcertante e struggente del mondo quanto a bellezza. Viverci però per me è stato piuttosto faticoso, era come se mi richiedesse energie per cui poi non venivo compensata. L’effetto contrario che mi ha fatto New York: New York richiede, ma al contempo dà.

Roma forse è troppo, è troppa, è come se non ci si sentisse mai all’altezza di quanto ne si potrebbe godere, non nel lungo termine almeno. Hai sempre l’impressione di perderti qualcosa, uno scorcio, un tramonto, una passeggiata, un monumento, una villa.

Irene Chias a Battery Park, New York.

Irene Chias a Battery Park, New York.

Il tuo nome è (stato) spesso associato a un interesse per la tua scrittura. Anche e spesso “esperto”, diciamo da “giuria critica”. Come te lo spieghi?

Non so, non ci ho mai pensato, ma non credo neanche ci sia da sorprendersi. Mi è stato detto che la mia scrittura tende a essere asciutta pur non sacrificando l’emozione, ma anche l’espressione emotiva è sempre dignitosa e “raccontabile”. Non so se sia perché per me la vità è tutta raccontabile e non ci sono tragedie, atrocità o meschinità che non possano “essere dette” con sobrietà. Di “Sono ateo e ti amo”, il mio primo romanzo, venne detto che “faceva ridere, faceva riflettere, faceva piangere”. E si disse anche che era un libro che poteva essere letto a vari livelli.

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Credo che questo sia vero anche per gli altri due romanzi, in particolare per “Esercizi di sevizia e seduzione”, dove uno strato dichiaratamente pop convive con una critica sociale e con la ricerca letteraria delle “riscritture”. Per me non c’è l’alternativa alto/basso. Essere compresi e comprensibili è un merito, ma non bisogna sacrificarvi la propria attenzione alla lingua e la propria visione del mondo.




Puoi provare a mettere a fuoco quello che ti interessa raccontare e perché?

Se guardo ai miei romanzi pubblicati, emerge con chiarezza l’espressione di una voce femminile che racconti se stessa e il mondo che la circonda senza indulgere al facile richiamo degli stereotipi, che esistono e sono una scorciatoia facile. La donna che si sacrifica, che insegue l’amore romantico e solo in esso trova il senso della sua vita; il maschio fedifrago “per natura” e costantemente a caccia; l’immigrato dipinto come un buon selvaggio o come un troglodita violento e sessista.

Cerco di rendere la complessità. Ma credo che soprattutto le voci femminili dei miei romanzi siano primariamente umane. È un problema che per le voci maschili non ci si pone: l’uomo nella nostra lingua è anche definizione di umano. Un personaggio maschile parla di umanità prima ancora che di maschilità. I personaggi femminili devono invece fare i conti con tutto un sistema di insidie che di solito li vuole come interessanti solo limitatamente al genere.

La cosa che colpisce è la tua grande fedeltà al racconto – dire quello che si vede, in senso stretto – evidenziata nel romanzo ad esempio nel momento in cui la protagonista a Zanzibar lascia smartphone e macchina fotografica nell’hotel. O riassunta nell’analisi dell’affermazione “La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola”. Che ne pensi?

Il mio omaggio a Pirandello in “Non cercare l’uomo capra” è comunque un rifiuto di questo suo assioma. Già raccontare vita è una foma di vita, dice Luisa nel romanzo. Per questo l’asserzione “La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola” è paradossale e contiene in sé la sua negazione.




Ha una sua attualità – però, penso, anche diversa, o comunque da aggiornare nei decenni che si sono succeduti – l’epica della liquidità dei rapporti sentimentali tanto presente nei tuoi libri? Mi viene in mente una certa ansia anni 80 e 90, una radicalizzazione successiva quasi più statuita e quindi meno trasgressiva. E insieme anche il ritorno a rapporti più tradizionali. Come riassumeresti queste fasi?

Tante cose sono cambiate nella cosiddetta società occidentale negli ultimi decenni. Essendo cresciuta nella provincia siciliana, ricordo come si parlava dei figli di genitori divorziati, fenomeno che progressivamente si andava espandendo. Ricordo che quando abitavo ad Agrigento, dove ho vissuto dai 14 ai 18 anni, una compagna parlandomi di una nostra coetanea mi disse “Quella ragazza è senza padre”, intendendo non che davvero non ci fosse un padre che l’avesse riconosciuta all’anagrafe, ma semplicemente che i suoi genitori avevano divorziato.

Da quelle parti era un fenomeno così straordinario che ancora molti non trovavano i termini giusti per relazionarcisi. Oggi è piuttosto normale anche lì che i fratelli e le sorelle abbiano in comune un solo genitore. La trasgressione non c’entra niente con la nuova concezione dell’istituto familiare. La parola trasgressione, come quella seduzione, è ormai abusata, riflesso di una normalizzazione consumistica in cui ognuno di noi è customer prima di essere cittadino.