poesie

La felicità penultima

La felicità penultima. Una nota e un estratto da “Penultimi” (miraggi edizioni) di Francesco Forlani.

NOTA. Questo prezioso prosimetro di Francesco Forlani ha tutta la brillantezza delle cose pensate come sentite. Nasce in una lingua “doppia”: francese e italiano (in  un caso l’italiano si autosospende) poesia da una parte e prosa dall’altra senza sapere da dove si parta e dove si arrivi se non al disegno di un mondo unico.

Quello dei penultimi che salgono in metrò alle 5,30 del mattino a pulire gli uffici e altri lavori che li salvano dall’invisibilità ma l’illuminano di fatica (nel senso doppio della parola) in un’epoca sempre più terziaria.

Come scrive nell’introduzione Biagio Cepollaro “Francesco Forlani ci regala un risultato, non una ricerca intellettualistica, manieristica e vana. Il risultato è il punto di vista, “dal basso”, che confligge o si sposa con lo stile che è medio ma anche alto, lirico”.

Il canto ai penultimi di Forlani (già anticipato da Nazione Indiana) potrebbe essere il degno poema del tempo presente, un discorso brillato dalla bellezza sul nero della complessità sociale. Nella linea inaugurata da Francis Ponge (ma in questi versi che citiamo ci sembra di ritrovare eco di Handke), Forlani ci restituisce una bioma secondario osservato con grande acutezza e cantato con rispetto e generosità riscattandolo dal’ombra.

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31
Non pensavo potessero le cose
essere penultime, possedere un tempo,
non la semplice durata proprio
l’estensione immisurabile di un corpo.
Al 127 della Rue de Charenton
appoggiato in un angolo uno specchietto
da bagno sul marciapiede,
con una lettera appiccicata sopra
agli uffici rivolta delle cose ingombranti.
Non era sbrecciato, rotto, graffiato,
annerito negli angoli come lo era quello
dei miei genitori che faticava a scorrere
nella canalina e s’impuntava quasi sempre
chiuso, facendo prigionieri la lametta,
spazzolino e dentifricio, un niente.
Quello specchietto sulla strada
con la sua lettera raccomandata, immacolato
sembrava ignaro del trasloco,
e senza più brame del padrone di casa,
sentinella silenziosa dei nostri passi
riflessi pareva una portiera quasi felice.




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