La Roma pinciana di Gaetano Cappelli

Nel nuovo libro di Gaetano Cappelli (“Scambi, equivoci eppiù torbidi inganni”) c’è una Roma chic-snob che si concede trasgressione e qualche mantra della modernità. Al grido di “Resilienza” vi citiamo un brano. Dicendo grazie all’autore e al suo editore Marsilio.

Resilienzaresilienzaresilienza…
di Gaetano Cappelli

Una sistemazione l’ha appena trovata, invece, un altro solitario di ritorno. Un gran bel posto, a giudicarlo dalla vista che si gode dalle due finestre ad arco – i pini che da Porta Pinciana s’infilano lungo Villa Borghese e, a quest’ora del giorno, subito dopo il tramonto, sembrano galleggiare come morbide nuvole nella foschia azzurrina della valle, liggiù in fondo. Ma, panoramicando verso l’interno, non troviamo che lo squallore d’uno stanzone polveroso con, qua e là, tubi Innocenti, tavole di cantiere e sacchi sparsi di cemento.

Le vanghe e picconi rugginosi ammonticchiati in un angolo, sotto un fitto velo di ragnatela, sembrano poi la cupa statua d’un santo e il martello pneumatico, buttato lì di fronte, a terra, un mistico medievale che preghi per la salvezza d’un peccatore; e appena dietro: eccolo il reo! Se ne sta abbandonato su una branda deforme, tutto vestito sotto la coperta che ha rimediato alla Caritas, da cui sporgono delle Rossetti scorticate, color tabacco squillante nei tempi migliori che hanno conosciuto; quelli che Paride Matelica – questo il suo nome – aveva vissuto e, ne era certo, avrebbe continuato per sempre a vivere fino alla bella mattina di maggio in cui era andato a comprarsele in via Borgognona. Se le era tenute ai piedi uscendo, e ogni tanto le lucidava con lo sguardo pensando, col cuore in tumulto, a come stava girando bene la sua vita: la sera prima era tornato dal Delfino Azzurro, il grande villaggio turistico sullo Ionio che stava quasi per consegnare: dire che col padre ci avevano pensato prima di prendersi il lavoro. Il pizzo, i subappalti, tutta quella roba lì, invece niente… ogni cosa aveva iniziato a girare per il verso giusto cosicché consegnavano addirittura prima del previsto.

Poi si sarebbe caricata Susi sulla Ferrari e via in vacanza, finalmente, dopo due anni; due anni, invece, se li era fatti in galera e adesso… SCILIENSHH LIENZHH SCILIENZHH NSZÀHH… ma cos’è adesso questo mormorio? Sembrerebbe la perdita d’un termosifone non fosse che, qua dentro, di termosifoni neanche l’ombra – fa un freddo della madonna, del resto. Come pure, a ben guardare, mancano i vetri ad almeno un paio delle cinque finestre – le rimanenti poi sono proprio murate e, se si eccettua la malinconica sedia, non c’è un mobile uno, né mai ce ne sono stati: ci troviamo infatti in quella specie di casetta, che sembra poggiata su una delle torri del Muro Torto proprio accanto a Porta Pinciana, adibita da sempre a deposito di materiale edile che Matelica, uscendo dal carcere, s’è ricordato d’aver utilizzato nell’altra sua vita, sennò sarebbe finito a dormire sotto i ponti; che fortuna, eh! E comunque il sibilìo – SCILIENSHH LIENZHH SCILIENZHH NSZÀHH – ancora si sente; ma soprattutto, da dove viene? Sì, pare, sembra arrivi… dài, non può che venire dalla brandina dell’ex imprenditore ferrarista attualmente pezzente morto di fame. Dubbi non ce ne sono. Ma cosa sta sussurrando? Forse una preghiera? Ma vera eh, non come quella che, più che altro per esigenze letterarie, s’è immaginato uscisse dal martello pneumatico.
CappelliSCAMBIpiatto
Avviciniamoci allora per sentire meglio – ci è concesso e senza gli inconvenienti cui potremmo andare incontro nella vita reale; tipo chessò, l’ovvia violenta risposta a quello che sembrebbe una minacciosa violazione di domicilio; o quantomeno, l’essere costretti a patire il tanfo di questo reietto, visto che le condizioni in cui versa non sono certo favorevoli a una corretta igiene personale. Così chiniamoci pure su di lui. Certo, è malmesso sul serio. Pallido come un morto, ha occhiaie profonde, la barba cisposa d’una settimana, maddio e quant’è bello! Non so a voi ma ammé mi fanno sempre ridere quelli che scrivono: aveva lo sguardo luminoso di Grace Kelly in Caccia al ladro, teneva la sigaretta tra le labbra come Humphrey Bogart in Casablanca, ostentava l’aria strafottente di Robert Mitchum in Marlowe, il poliziotto privato.

Lo scrittore dovrebbe descrivere non citare film. Ma per quest’unica volta, e solo dopo aver visto sporgere dalla coperta il suo cappottone color cammello, non potrò non dire che Paride Matelica ha lo stesso viso da angelo stropicciato di Alain Delon nella Prima notte di quiete, e che muovendo le sue bellissime carnose labbra, alla Alain Delon appunto, sta scandendo, come in una specie di lenta inesorabile nenia, la parola resilienza. Adesso, cosa questa parola significhi dovremmo saperlo visto che si tratta di una di quelle che, affiorando dal suo ristretto ambito specialistico, è diventata di moda; ma certo si può continuare a vivere tranquillamente ignorandola come appunto Paride Matelica ha fatto prima d’incontrare in carcere Saul Genovese. «Ricordati Paridùs: il rancore ne uccide più dell’ingiustizia.

Così, sti due anni, scordateli proprio, fai conto di non averli mai vissuti… se vuoi un consiglio da amico.» Bisogna dire che Saul, riceveva uno stipendio per darli, i consigli, essendo lo psicologo del penitenziario. Ma la verità era che Matelica, con l’aria sbalordita che può avere un ricco caduto improvvisamente in disgrazia, gli era subito stato simpatico e appena possibile lui se lo chiamava “in terapia”… in realtà, non facevano che starsene in ambulatorio a cazzeggiare come due che si conoscono da sempre, giocandosi qualche partita a backgammon con un wisketto di sostegno o, a volte, una canna. A farsele, veramente, era solo lo psicologo. L’ex imprenditore non ne aveva mai fumate in vita sua ma, visto che a passargliela era stato il suo medico, all’inizio ci aveva provato. «Vedrai che poi ti senti meglio. Più disteso» lo aveva invogliato quello. Così, un paio di tiri e sì, s’era disteso… ma a terra che quasi gli prendeva un infarto. «Tranquillo. Niente di grave. Succede» aveva detto, sempre Saul sentendogli il polso, serafico. «È anche vero che non è più la streppa d’una volta… ma, del resto, cos’è restato com’era una volta? Però, niente paura: non muori.» «Magari morissi!» aveva risposto, in un soffio, Matelica, al momento oltre che recluso anche cianotico e, se possibile, ancora più disperato. In quei due anni di carcere gli era infatti successo di tutto. Il padre era schiattato. No, non di crepacuore ma per un blocco intestinale dopo un’abbuffata di palombacci “alla ghiotta”, di cui andava appunto ghiotto; anche se certo vedere il figlio in carcere non gli aveva fatto bene. Come, subito dopo, “morta” era la Tecnica e Idraulica Matelica: chiusa fallita kaputt.

Per non dire di Susi: che l’aveva lasciato con una telefonata. «Ma come… te ne vai così, nel momento del bisogno?» «Oh, ecche pretendi? Dopotutto ci siamo conosciuti a Formentera» gli aveva risposto, pratica, lei. E adesso lui voleva morire. Saul s’era fatto una risatina. «Dai, proprio morire… adesso non esageriamo… la vita è fatta di flussi e riflussi e tu, Paridùs, semplicemente sei in una fase di riflusso. Che poi anche quello può essere positivo. Ricordati: RE-SI-LIENZÀ…» lo aveva poi esortato, strinandosi la lunga coda di cavallo, mentre lui collassava. Già, resilienza! «Eh, facile a dirsi…» «Bravo e tu la devi dire. Deve essere la tua parola. Tienilo a mente. Quando sei in crisi: ripetila di continuo. Facciamo che io sono il tuo guru e ti ho appena donato il tuo mantra personale.» Paride Matelica lo aveva guardato. Aveva guardato questo vecchio freak biondastro, nella sua lisa giacca di velluto liscio, che, inclinando la testa, si tirava un ultimo tiro come stesse bevendo alla canna d’una fontanella, e aveva scosso la testa. Ma intanto, da allora, quando la depressione, come adesso, sta per atterrarlo attacca a ripeterla, questa parola – RESILIENZARESILIENZARESILIENZA – proprio tipo un monaco tibetano il suo mantra, e davvero funziona. Si sente, come dire… resiliente, no? Cioè uno capace di affrontare in positivo la sua situazione di merda, fino a raggiungere nuove e impensate mete.

Gaetano Cappelli

Gaetano Cappelli

Sarà pure che dentro ha conosciuto certe persone che gli daranno adesso una mano… oh, niente di così compromettente, intendiamoci. Gente che può passargli piccoli subappalti, lavori che, nelle condizioni in cui si trova, chi mai gli avrebbe dato? Invece li ha appena incontrati stamattina e ha già l’agenda piena d’impegni. E adesso è ancora più carico d’energia e ottimista. Perché nessuno lo direbbe a vederlo, buttato su quella branda come un barbone, ma Paride Matelica sta sognando di fondare la sua seconda impresa. La prima, e più grande, l’aveva ereditata dal padre, uno di quelli che usciti dal disastro della guerra, rimboccandosi le maniche hanno dato fuoco alle micce per il famoso boom. Un uomo semplice, rude, silenzioso, come può esserlo un idraulico umbro, ma capace di trasformare un piccolo laboratorio nell’Idraulica Matelica prima, eppoi nella più vasta impresa generale di costruzioni, Tecnica e Idraulica Matelica; per altri versi, un autentico scassacazzi vecchio stampo che dopo il diploma assai stentato del figlio, prima di farlo sedere accanto a lui al tavolo di comando, aveva preteso che lavorasse da operaio; nella fattispecie da idraulico. Ogni volta che ci pensa, Paride sbuffa nel naso tra rabbia e divertimento. Abituato com’era stato finallora alla vita del principe regnante, trovarsi di colpo con le mani nella merda – capita assai spesso agli idraulici – non è stato facile; eppure è proprio grazie a quello che ha imparato in quei lunghi mesi di apprendistato che adesso, forse, potrà cavarsela, facendo né più né meno che lo sturacessi.

RESILIENZARESILIENZARESILIENZA continua a ripetersi e più lo ripete e più si sente carico e più si convince che Saul ha ragione, che è meglio dimenticare… due anni, due anni di galera, e per niente! Perché, alla fine, contro di lui, non c’era proprio niente… ed è per questo che dimenticare proprio non gli riesce. Così si tira su, di scatto. È bello anche in piedi. Il cappottone pieno di macchie gli cade sul corpo scarnito ma pur sempre armonioso. Prende il coltello dalla lama affilata che sta sulla sedia. Lo mette nella borsa a tracolla e tuumpf tumpf tumpf si precipita giù, a testa bassa, per la ripida scala di legno della torre. Si ferma nello stretto androne. Apre appena la porta, e spia prima di uscire. Esce come un’ombra e si ferma a qualche metro dall’ingresso, con la mano che stringe il coltello, nella borsa, sotto l’edicola alla Madonna del Divino Amore: sta forse chiedendo protezione alla Santa Vergine come ha visto fare agli ’ndranghetisti, in carcere, pronto per il suo gesto criminale? È ormai notte e non c’è nessuno nella strada come constata, guardandosi ancora una volta alle spalle. Così, ghermisce con più forza il coltello. Lo tira fuori veloce e… e lo infila di piatto nella cassetta delle offerte. Si sente lo scatto della serratura. Dentro ci trova una quindicina di euro. Anche per stasera ha svoltato la cena. Mentre si sbafa il secondo calzone di ricotta alla friggitoria Il buchetto, là vicino, e si tracanna la Peroni gelata medita come non abbia mai mangiato così di gusto in nessuno dei ristoranti stellati che frequentava da ricco. E questo è sicuramente un fatto positivo RESILIENZARESILIENZARESILIENZA… e da domani si comincia un’altra vita.

Gaetano Cappelli è nato a Potenza nel 1954. Tra i suoi libri ricordiamo: “Romanzo irresistibile della mia vita vera”, “Volare basso”, “Il primo”, “La vedova, il santo e il segreto del pacchero estremo” e “Parenti lontani”.