La saggezza nascosta in una cucitura

Giuseppina Norcia attraverso “I Racconti del Loto. Sette storie sulla Felicità” (con le illustrazioni di Stefania Scalone – VandA epublishing editore) ci ha regalato una visione del mondo orientale ad uso dei bambini anche per capire e far capire cosa cambia in relazione alle storie nell’educazione dei nostri figli. “Per imparare ad andare oltre – come scrivono nell’introduzione le due autrici – le apparenze, per scoprire l’infinito potenziale della vita, anche quando è invisibile, proprio come un gioiello cucito di nascosto nella falda di un mantello”. Che è proprio la storia che abbiamo scelto di proporvi.





Il gioiello nel mantello

Arun era un uomo povero e solo. Non era né giovane né vecchio, ma in quell’età di mezzo della vita in cui spesso si pensa che niente possa cambiare, se non in peggio.

Così, essendosi abituato a desiderare sempre meno, viveva senza uno scopo: la sua unica preoccupazione era quella di arrivare a fine giornata, procurandosi quel po’ di cibo sufficiente a vivere, ed un tetto, anche improvvisato, sotto cui dormire.

Da molto tempo non aveva una casa, e viveva come un vagabondo, cercando di volta in volta luoghi in cui l’inverno non fosse troppo freddo e l’estate non bruciasse persino all’ombra. Un giorno però, mentre camminava, si rese conto di trovarsi in posti che conosceva molto bene: senza accorgersene, infatti, era tornato nel paese in cui era cresciuto.

Così gli venne in mente Amrit, il suo inseparabile amico d’infanzia, con cui aveva trascorso gli anni più belli della sua vita, giocando e condividendo sogni meravigliosi. E decise di cercarlo.

La casa di Amrit era ancora lì, e l’uomo elegante e raffinato che in quel momento stava per entrarvi era proprio lui! Arun non riusciva ad avvicinarsi, era come pietrificato dalla paura e dalla vergogna, poiché non aveva realizzato nessuno di quei sogni condivisi molti anni prima.
“Vedendomi in queste condizioni non mi riconoscerà – pensò – o peggio fingerà di non conoscermi”. Questa era la considerazione che il pover’uomo aveva di se stesso.

Arun stava già per andare via, quando Amrit scorse quella strana figura poggiata all’albero di ciliegio del giardino, e si avvicinò a grandi passi per capire chi fosse o cosa volesse.

Non accadde nulla di ciò che Arun aveva immaginato: Amrit lo riconobbe subito e lo abbracciò commosso, come se fosse la persona più importante del mondo, senza curarsi degli abiti sporchi e maleodoranti dell’amico che imbrattavano la sua pregiata veste di seta.
Anzi, Amrit lo accolse subito in casa, ordinò ai suoi servitori di preparare nuovi abiti e un bagno caldo per Arun, e di pulire e rammendare il pesante mantello con cui si riparava dal freddo.

Poi i due banchettarono insieme nella lussuosa casa di Amrit; parlarono per tutta la notte, raccontandosi le loro vite e gustando bevande dolci e speziate.

Arun non immaginava di poter provare ancora quella felicità. Per qualche ora la vita gli sembrò come quando era bambino: infinita, bellissima e piena di possibilità; forse era la presenza di Amrit a fargli quest’effetto, o forse il suo esempio, poiché con le sue forze, impegnandosi con coraggio e diligenza e mantenendo un cuore generoso, aveva realizzato un’esistenza meravigliosa.

Tra questi pensieri, rifocillato dal bagno e dal banchetto offerto dal compagno d’infanzia, Arun si addormentò.
Se avesse potuto, Amrit si sarebbe trattenuto molti giorni con lui, ma alle prime luci dell’alba avrebbe dovuto lasciare la città per una missione da svolgere per conto del Governo, di cui era un importante funzionario.

“Come posso aiutare il mio amico?” – pensava arrovellandosi.
“Cosa posso fare io perché possa vivere felice e a proprio agio, senza tutte le preoccupazioni e gli stenti che opprimono la sua vita?”
Improvvisamente gli balenò in mente un’idea che gli piacque molto.

Così corse ad aprire il suo forziere e prese il gioiello più prezioso che possedeva: splendeva come un diamante, ed era immacolato, come un bianco fiore di loto. Era bellissimo! Poi, pazientemente e con le sue stesse mani, lo cucì nella fodera del mantello dell’amico, con la certezza che lo avrebbe trovato e ne avrebbe gioito immensamente.

Quando Amrit chiuse alle sue spalle la porta di casa, Arun dormiva ancora profondamente, e non si era accorto di nulla. Non se ne accorse neanche da sveglio, quando indossando il mantello sentì uno strano rumore, come se avesse dato un calcio ad un ciottolo; né fece caso a quella strana cucitura che prima non c’era, un filo dorato che chiudeva la fodera proprio all’altezza del suo cuore.
Era troppo preso dalle preoccupazioni per notare questi particolari, e le speranze che la sera precedente avevano scaldato la sua vita sembravano svanite, proprio come Amrit.

Così su di lui scesero i neri pensieri di sempre.
Di nuovo Arun provò vergogna di se stesso e frettolosamente andò via. Non avrebbe più cercato Amrit, forse non meritava nemmeno l’amicizia di quell’uomo così generoso e speciale.

Arun vagò in molti paesi, continuando a vivere senza uno scopo. Attraversò città ricche e potenti, piccoli villaggi, cittadine bagnate dal mare o arroccate sui monti: poco importava, poiché anche se cambiavano i paesaggi, lo scenario del suo cuore rimaneva sempre uguale.
Arun non era un uomo privo di volontà e disciplina, tutt’altro: così, si impegnava molto per guadagnare i pochi spiccioli che gli servivano a vivere, o una scodella di brodo caldo ed un giaciglio. Fece centinaia di lavori, pulendo case e strade, dando da mangiare agli animali, trasportando carichi di merce che consumarono la sua schiena.




Tuttavia, nonostante non si sottraesse mai alla fatica, anche i suoi datori di lavoro lo trattavano con aria di sufficienza, e gli davano ciò che gli spettava come se lo stesse mendicando. Nessuno ormai rispettava Arun, poiché lui per primo credeva di non valere nulla e di aver fallito.
“Se solo avessi del denaro, la mia vita sarebbe diversa” – diceva sempre. “E di certo non terrei tutto per me” – pensava tra sé, quando incontrava un uomo malato o una povera donna che cercava del latte per il suo bambino.
Arun li avrebbe aiutati davvero, perché il suo cuore spaventato e pessimista era anche generoso. Ma non poteva dare ciò che non sapeva di possedere.

Un giorno, mentre assorto tra questi pensieri vagava in una strada della capitale, Arun si trovò di nuovo faccia a faccia con Amrit.
Ma questa volta l’amico, pur volendogli molto bene, non gli riservò il calore del primo incontro. Anzi, lo rimproverò aspramente: “Ciò che vedo è davvero assurdo!” – disse. “Come hai fatto a ridurti di nuovo così?”. Arun non capiva e di certo non si sarebbe mai aspettato quella reazione; in quel momento avrebbe voluto scomparire!

“Perché mi tratti così, Amrit!” – disse con le lacrime agli occhi. “Questa è la mia vita e non potrà mai essere diversa: dopo aver lasciato casa tua, ho capito che avrei dovuto essere realista, darmi da fare e cercare di accontentarmi di ciò che avevo”.




Una profonda tristezza prese il cuore di Amrit, quando comprese che l’amico era all’oscuro di tutto, della grande ricchezza e delle infinite possibilità che aveva portato sempre con sé, senza sentirlo e senza saperlo. Così gli raccontò ogni cosa di quella notte e del gioiello che aveva cucito nella fodera del suo mantello. Arun ascoltava turbato e commosso: “Che stupido sono stato” – disse infine con un nodo in gola. “Ero così distratto dalla mia paura e dalla preoccupazione di ciò che non possedevo, da non accorgermi del tesoro inestimabile che avevo proprio qui”, concluse toccandosi il mantello all’altezza del cuore.

I due amici, si abbracciarono, ancora una volta.
“Promettimi che, da questo momento in poi, non ti sminuirai mai più!” – gli chiese commosso Amrit. Arun assentì silenziosamente, con lo stesso sguardo acceso e pieno di speranza che aveva quando era bambino.

Da quel giorno Arun fu la persona più felice del mondo, per il tesoro del forziere che gli avrebbe permesso di vivere una vita agiata, e per il tesoro del cuore che l’amico gli aveva mostrato, e che non avrebbe ignorato mai più.

Giuseppina Norcia è nata a Siracusa nel 1973. Ha realizzato progetti didattici con università italiane e straniere e ha lavorato per oltre dieci anni presso la Fondazione INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico). Con Giovanni Di Maria ha realizzato l’audiovisivo “Le Ragioni di Antigone” (Videoscope, 2006); è autrice del libro “L’Isola dei miti. Racconti della Sicilia al tempo dei Greci” (VerbaVolant, 2013) e del fortunato “Siracusa. Dizionario sentimentale di una città” (VandA.ePublishing, 2014).

Stefania Scalone è nata ad Avola nel 1977. Collabora con diverse case editrici, come Edizioni del Baldo, Macro Edizioni, Bis Edizioni, Edizioni San Paolo, Sabbiarelli, Atì Editore, e anche varie redazioni di magazine.




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