Labirinto, Prati

Labirinto, Prati. Un cinema solo un cinema. Un cinema non più un cinema. Un cinema e un dolore.

Tutta la mia formazione cinematografica è avvenuta al Labirinto. Roma. Quartiere Prati. Via Pompeo Magno, 27. Qui le prime rassegne (Bresson, Tarkovskij ecc.) qui i primi film delle cinematografine meno conosciute (georgiana, armeno, turca), il cinema muto.

La sicurezza della qualità era determinata dal cinema stesso. Labirinto: e sapevi che qualcosa di buono avresti trovato. Come se fosse una piccola cineteca di Stato. Qualsiasi uscita universitaria partiva prima da questa domanda: cosa fanno al Labirinto?

Dopodiché attraversavi quartieri, saltavi cene o le posticipavi, cambiavi programmi.

Sembra retorico dirlo – ma se suona retorica ancora sarà solo per poco ancora – l’offerta culturale era la premessa di una buona programazione. E questo faceva sì che il cinema fosse sempre e comunque pieno e a rischio di posti in piedi.

Chi di voi ricorda quella discesa, premessa dalla teca in cui venivano appese le locandine dei film in programmazione? Poi la cassa e le tre sale A, B e C, distribuite tra la sinistra e la destra. Rispettivamente di 95, 60 e 40 posti. Dell’ultima, in particolare, ricordo le panche semicircolari e l’aria vagamente carbonara ma cooperativa in cui ti sedevi. In linea, come in un teatro. Uno spazio che, pur nel suo aspetto ctonio, sembrava aperto. Come forse poi un’opera d’arte filmica avrebbe suggerito facendoci uscire in superficie rigenerati.

Quando arrivavi sopesso trovavi le stesse facce di sempre. Quelli che come te amavano il cinema in una maniera un po’ ossessiva e solitaria. Quel signore con la barba. Quel tipo con la Tolfa. Quella rgazza carina riccia che però si metteva un po’ di alto come a dirti che non era non alla tua portata: alla portata di nessuno. Le coppie c’erano: anzi spesso il cinema Labirinto era un modo per portare a buon fine un’uscita senza scadere nella volgarità di un rimorchio spudorato. Al Labirinto ci portavi la persona amata o ti ci aveva portato la persona che amavi. Lo avevi scoperto così. Sapere del Labirinto era già un dono d’amore.

Amare il cinema e amare una persona tante volte hanno fatto incrociare i loro piani cartesiani là sotto. Chi lo gestiva preparava con cura programmazioni, stampava cataloghini o brochure, rendeva visibile e razionalizzava un pensiero cinematografico. Rispetto ad altri cineclub – così mi ricordo – c’era meno giudizio, meno partigianeria. In questo sì più vicino a una cineteca che a una sala “personalizzata” o “gruppizzata”.

Diciamocelo: se amavi il Labirinto amavi il cinema e non potevi finire in quelle visualizzazioni oggi così comuni dell’infografica che fanno ghetti tra antonioniani, felliniani, tarantininani e b-moviani. Chi ama il cinema salta volentieri tra un bullet point e l’altro. Gli altri si candidano alle elezioni, in quel collegio, in quel municipio. Insomma: lì.

Il Labirinto, allocato nel sotterraneo della chiesa di san Gioacchino ai Prati di Castello, ha operato ininterrottamente tra il 1979 e il 2007. Poi le spese di gestione si sono fatte troppo onerose e la chiesa è ritornata in possesso dei luoghi nonostante varie chiamate al sostegno. Da allora e ancora ora campeggia una scritta invertita, il reverse di quel logo che tanto ci ha fatto sognare e capire. Invertito come il mondo di sotto di Stranger Thing. Forse anche sotto la chiesa forse oscure stanno continuando a proiettare film, calchi un po’ innervati di liane e radici di quelli che abbiamo visto noi. Con emozioni più trattenute, con dolori più sommessi e forse con pochissimi sensi di colpa.

Mi piacerebbe sapere chi faceva le scelte cosa fa ora. Mi piacerebbe mandargli tutto il mio riconoscimento. Restituirgli tutto quello che ho avuto che oggi, a ripensarci, mi sembra davvero molto.




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