L’affaire Don Mortara

L’affaire Don Mortara – ora in un libro Giuntina – ha qualcosa di mefistofelico pur aleggiando tra tonache e incensi. Il conflitto d’interessi tra bene e male non poteva sfuggire l’interesse di Steven Spielberg che si prepara a trarne un film.


Il libro si intitola “Il caso Mortara. Il bambino rapito da Pio IX”. L’autrice è
Gemma Volli. Fu pubblicato nel 1960 da “La Rassegna Mensile di Israel” rispolverando un caso che aveva scosso molte coscienze non solo italiane.

Ma andiamo per gradi. Edgardo Mortara era nato a Bologna il 27 agosto 1851 da Salomone Momolo e Marianna Padovani – una famiglia ebraica. La sera del 23 giugno 1858 la polizia dello Stato pontificio, per ordine dell’inquisitore di Bologna, si era presentata presso l’abitazione dove i coniugi Mortara vivevano con i loro otto figli per prelevare Edgardo affermando che il bambino era stato battezzato all’insaputa dei genitori.

Una giovane domestica aveva, infatti, raccontato all’inquisitore che durante il periodo in cui era stata a servizio presso la famiglia Mortara aveva fatto battezzare Edgardo di nascosto quando questi aveva circa un anno, preoccupata del grave stato di malattia in cui il bambino si trovava. Grazie a questo fatto – se avrete la curiosità di leggere il libro della Volli scoprirete quanto questo evento manifestasse diverse lacune e molti più pregiudizi – il bambino non poteva quindi continuare a vivere in una famiglia ebraica come recitavano le leggi dello Stato pontificio.

Da qui il rapimento e l’inseguimento dei genitori per riaverlo tra il convento romano di S. Domenico, ove aveva sede il S. Uffizio, e il Collegio dei Catecumeni, in cui il piccolo Edgardo era stato recluso e poi sempre più lontano fino ad Alatri e alla Francia.

La comunità ebraica di Roma, subito contattata dai Mortara, si attivò per aiutare la famiglia bolognese a recuperare Edgardo. Che cos’era allora il Ghetto lo scrive la Volli: “A Roma vivevano nello squallore migliaia di persone addossate le une alle altre in quel miserabile quartiere che era il ghetto della Roma papale, che ostentava al mondo la sua paganeggiante bellezza”. Ovviamente i casi di oblazione facevano vivere nel terrore le famiglie lì residenti considerate “infedeli” e, nella svolta reazionaria del papato, “sorvegliate e prese di mira” dagli sgherri del papa.

La notizia del piccolo Mortara fece il giro del mondo. La pressione su Pio IX per la liberazione del bambino si fece sempre più intensa. Coinvolgendo perfino i Rothschild ma, nonostante i ripetuti appelli, Pio IX si oppose al ritorno del piccolo alla famiglia. I Mortara continuarono invano a lanciare appelli alle maggiori comunità ebraiche d’Europa. Edgardo restò a Roma dove, all’età di tredici anni, decise di intraprendere il cammino che lo avrebbe portato a far parte dei canonici regolari.




Come scrive Ugo Volli nell’introduzione “per la coscienza ebraica europea” il caso Mortara ha avuto “conseguenze che si possono paragonare quasi al caso Dreyfus, di quarant’anni successivo. Ma in seguito esso cadde per molti decenni nel silenzio e nell’oblio, eclissato da tante altre vicende di antisemitismo, in primo luogo la Shoà”.

La vicenda, a pensarci, è talmente truce da meritare Spielberg o un regista dei disallineamenti tra realtà e appartenenze quale Polanski o Tornatore. Terribile l’inflessibilità di papa Pio IX e del cardinale Antonelli che pur accogliendo il papà del ragazzo ne rifiutano la restituzione. Dolorosa la perfidia di chi mise in giro l’accusa che i genitori, accorsi per vedere il figlio ad Alatri assistere messa, volessero ucciderlo (come prassi – si disse – consueta ebrea), o prelevarlo con la forza. Infingardo il battesimo in contumacia e poi pretestuoso (e rivelatore della nullità del primo) quello “solenne” durante la festa di San Giovanni nella Roma di allora popolarissima. Questa storia trasuda bruttura da ogni documento (in appendice al libro fotografati) e ricostruzione storica.

Don Pio Mortara morì settantanovenne nel monastero di Bouhay, vicino a Liegi, l’11 marzo 1940. Le foto ce lo mostrano poco prima sereno. Non lo stesso possiamo dire di questa immagine (dalla collezione della figlia di Riccardo Mortara ora a Rio de Janeiro) che rivela il dramma della storia. Riccardo (ai giornali dell’epoca la foto fu data senza il suo sguardo severo), il fratello, accompagna la madre a Parigi a trovare il figlio sacerdote.

Nessuno guarda l’obbiettivo del fotografo. La rassegnazione vince su tutto e tutti. Quella del fratello Riccardo, che rifiuta persino lo sguardo alla macchina e si fa eternare di sguincio appoggiato alla parete con i piedi incrociati, ha occhi – di rimprovero – solo per il giovane sacerdote. Quella della madre è incantata in un in basso a destra che le conferma quanto l’incontro potesse trasformarsi in un dolore vivo. Anche il sacerdote non ha più modo di giudicare la sua storia passata e guarda più in alto della mamma come cercando un luogo superiore in cui far sparire l’imbarazzo di un appuntamento con la vita ingombrante del passato ormai superata dalla nuova vita vocazionale. Il resto sarà un film, speriamo bello.