L’ebraico e le persone felici

Abbiamo intitolato “L’ebraico e le persone felici” un estratto che pubblichiamo da “Il primo giorno di scuola” di Nadia Terranova, un racconto tratto dall’antologia “Roma d’autore” (Morellini editore). Al fianco dell’autrice messinese, nella carrellata di short stories quelle di: Paolo Di Paolo, Gariella Kuruvilla, Christian Raimo, Igiaba Sciego.

Il primo giorno di scuola
di Nadia Terranova

Era devoto, timorato di Dio e simile agli altri, un comunissimo ebreo.
Esercitava la semplice professione del maestro.
Joseph Roth, Giobbe. Romanzo di un uomo semplice

In un settembre esageratamente triste mi ero messa in testa
di studiare due cose: l’ebraico e le persone felici. Ero
certa di non esserlo mai stata e se invece sì allora non
ero in grado di accorgermene; se quell’infelicità percepita
fosse colpa della mia grettezza, della mia incapacità
di riconoscere le cose oppure dell’accanimento reale della
vita non m’importava più. Se la felicità non mi aveva
mai riguardato, tanto meglio: non l’avrei avuta fra i piedi
mentre cercavo di scoprirne i dettagli.

«Ebraico? A che ti serve l’ebraico?», nessuno si capacitava.
Se poi specificavo che si trattava dell’ebraico
moderno la perplessità aumentava. Intendi l’yiddish? Rispondevo
che no, l’yiddish è un’altra lingua. Allora vuoi
studiarlo per motivi religiosi? È la lingua della bibbia?
Accennavo la verità. A interessarmi era proprio il frasario
contemporaneo, anche minimo: sì, no, grazie, per piacere
mi porti il conto. Mi guardavano stupiti. Se l’interlocutore
era intelligente cambiava argomento, salvandomi dallo
strazio di insistere su qualcosa che io non avrei saputo
spiegare e lui non aveva un reale interesse a comprendere.

Il discorso sulla felicità, poi, meglio tacerlo del tutto.
Il Ghetto mi era sempre piaciuto. Più di dieci anni prima,
quando mi ero trasferita a Roma, avevo cominciato
a perdermi di proposito: mi sembrava un buon modo
per conoscere la città. Il quartiere ebraico era uno dei
luoghi in cui mi ero ritrovata senza sapere come, e l’unico
da cui non sentivo fretta di allontanarmi.

Roma autore cop

Per ciò era diventato subito il mio posto fisso, ci ritornavo ciclicamente
mentre altrove espugnavo le strade dell’Urbe per
rendermela meno oscura. Parcheggiavo il motorino in
via del Sudario, passavo a fianco del teatro Argentina,
attraversavo la strada, gli scavi e la piazza delle tartarughe
e imboccavo via della Reginella. All’altezza della
libreria dell’usato mi fermavo, tiravo fuori il telefono
dalla borsa e lo spegnevo, come chi sta per entrare in
un tempio. Per fungere da luogo sacro, in realtà, via del
Portico d’Ottavia era parecchio rumorosa, specialmente
il pomeriggio, invasa dai turisti e dagli inoperosi come
me. La mattina c’era più silenzio, chiedevo un cappuccino
e mi sedevo di fronte alla scuola ebraica fissando
il portone chiuso, la bandiera bianca e azzurra, le finestre
dietro le quali sospettavo interrogazioni e compiti in
classe. Immaginavo le pizzette unte tra i fogli austeri, gli
innamoramenti segreti, la fede in amicizie assolute, la
vergogna vertiginosa come solo a scuola si prova.

Nelle mattine tutte uguali, è l’errore a disturbare l’ingranaggio
della ripetizione, consegnandolo ben imbrattato al
ricordo: la brutta figura diventa una catastrofe ipertrofica
e sgarbata che rende indimenticabile un martedì o
un giovedì altrimenti anonimi; la vergogna lascia tracce
nei giorni a venire, ti assedia nel fine settimana, non ti
dà riposo. Quando poi invecchi, niente brucia più: l’episodio
per cui avresti voluto seppellirti è diventato un
aneddoto per far ridere gli altri.

Ogni volta che lo ripeti sistemi un particolare diverso,
non vedi l’ora di prenderti
l’attenzione di nuovi conoscenti per raccontarlo ancora;
quella versione lontana e difettata di te ti torna utile. Nei
giorni tra i banchi, invece, molto prima di quando avresti
rodato l’ammiccante premessa “non so se questo te l’ho
mai raccontato”, in quei giorni in cui il fattaccio mai
l’avresti rievocato neanche sotto tortura, in quei giorni
volevi scomparire sul serio. C’è sempre un buon motivo
per desiderare di scomparire, ai tempi della scuola:
un insegnante scopre che hai mentito, qualcuno legge di
nascosto il tuo diario, tua madre è venuta a prenderti e ti
imbarazza quello che dice, come lo dice, com’è vestita.
Non c’è bisogno di sceglierne uno, gli episodi di vergogna
si somigliano tutti.

Quel settembre, dunque, più di dieci anni dopo il mio primo
incontro col Ghetto, raschio la schiuma del cappuccino
raffreddata sul fondo della tazza, mi guardo intorno
e le mamme sono già davanti al portone della scuola, in
attesa dei figli. Hanno la mia età. Portano gli stivali sopra
i jeans, tengono la borsa al gomito, i capelli legati,
hanno occhiali con la montatura spessa e colorata. Esce
un nugolo di bambini con kippah, zaino e grembiule. Ridono,
gridano, si salutano, buttano i libri a terra, vogliono
mangiare subito. Qualche mamma arriva in ritardo,
qualcuna non si stacca dal telefono e manda messaggi a
terzi, qualcun’altra lancia sguardi di disapprovazione alle
prime due distratte categorie.

Penso a tutti quelli che mi dicono che dovrei fare un figlio,
perché sta per essere tardi, potrei pentirmene. Penso
a tutti quelli che mi dicono che un figlio ti rende felice,
però non ne hanno l’aspetto. «E quindi cosa vorresti dirmi,
che non sono felice?», mi ha chiesto una volta una
neomamma aggressiva. «Per carità», ho risposto, «non mi
permetterei mai».
La felicità esiste, ma non so se ci abiterei.

Foto Sandro Messina

Foto Sandro Messina


Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a
Roma. Ha pubblicato il romanzo Gli anni al contrario (Einaudi
Stile Libero, 2015) e cinque libri per ragazzi tra
cui Le nuvole per terra (Einaudi Ragazzi, 2015) e Bruno il
bambino che imparò a volare, dedicato allo scrittore ebreo
polacco Bruno Schulz (Orecchio Acerbo, 2012, Premio
Napoli, Premio Laura Orvieto, tradotto in Spagna e
Polonia). Collabora con diverse testate, tra cui il sito di
“Internazionale”, “Rivista Studio” e “IL MAGAZINE”,
mensile del “Sole 24 ore”.