Lighea e sirene in montagna

Mariagiorgia Ulbar con Lighea (elliot) ad una nuova felice prova di voce nel panorama della poesia italiana.

[Per questo poemetto si consiglia la lettura ad alta voce.] c’è scritto subito dopo l’occhiello di Lighea, la nuova raccolta di Mariagiorgia Ulbar che come saprete da queste parti amiamo molto. Lighea – si spiega in una nota finale – è la sirena del racconto di Tomasi di Lampedusa. Il rimando al nome è un ricordo di quel personaggio incontrato anni addietro, che era una donna e nello stesso tempo non lo era, e veniva raccontato come emblema dell’amore: incomprensibile, inenarrabile, indimenticabile e presto perduto”. Ecco un personaggio di carta uscire dalla carta incarnarsi e rientrare nella carta, trasportata in un luogo montano “che non le appartiene” e in cui sopravvive ma soffre, anelando a tornare al luogo da cui proviene. Lighea parla “con chi l’ha portata via, qualcuno che la ama ma non la comprende e che soffre di ciò che non capisce”.

Tutte le serie di testi che compongono il libro e convergono nel poemetto “Lighea” raccontano “la stessa storia di luoghi abitati, spazi rarefatti, indistinzione, semplici e infinite solitudini, amore grandissimo e malcerto, tesori rilucenti o nascosti e cose che non si spiegano e non si possiedono mai”. Ed è ancora questo che apprezziamo in questa voce cristallina. Versi che chiamano cose precise eppure colme di un pensiero magico che le trasfigura portandole “naturalmente” in una terza dimensione. Così ancora Lighea mito che racchiude nella sua intermedietà tra umano e mitico, la poca grammatica del pensiero e della voce tra esseri di genere diverso. Vi proponiamo il primo movimento – la prima voce – del poemetto da cui prende il nome la raccolta.

Sale in montagna la sirena,
lei è abissale è trascinata in alto
dalla mano di qualcuno che è invisibile
che al suo canto da lontano aveva riso.
Era diversa. Era un essere sapiente
e fingente di dimenticare tutto.




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