Luciano Erba

Esce “Autografo” con un numero dedicato al grande poeta Luciano Erba, ne traiamo l’inizio del ricordo di Emilio Isgrò. Ringraziamo Interlinea, l’editore, per la concessione del testo.





L’INTENZIONE DELLO SVAGATO
di Emilio Isgrò

Fu Bartolo Cattafi a parlarmi per la prima volta di Luciano Erba, quando ero ancora studente al Liceo Classico Luigi Valli della mia città, e stavo lì ansioso aspettando il ritorno di Bartolo da Milano che ci portava le ultime novità sul mondo delle lettere, magari con l’aggiunta di qualche pettegolezzo.

In questo, Cattafi era impeccabile. Passava da casa mia, si inchinava cerimonioso a mia madre, appendeva il montgomery all’attaccapanni e cominciava a raccontare. Quella volta ci disse (anzi mi disse, perché mia madre se n’era già andata sbrigare le faccende di casa) che al nord c’era uno strano poeta che si intestardiva a scrivere la parola honeste con la h.

«Honeste apparenze dei prozii…», intonò con la sua voce così discreta che quasi non si sentiva. Per me fu una rivelazione subito rinforzata dall’altro verso: «La Nene ha un gran cappello…» Fu così che conobbi l’opera di Erba, e mi fu facile capire, dal tono di Cattafi, quale poteva essere la considerazione di cui godeva il poeta del “male minore” nella buona società letteraria.

Ottima e dubbiosa insieme, poiché Bartolo, mentre intonava i versi erbiani, da un lato mostrava ammirazione, dall’altro aveva un sorrisetto ironico sulle labbra. Il sorriso di chi ha bisogno di essere rassicurato a sua volta.

Pur essendo ancora un ragazzo, e pur vivendo in una provincia dormiente, io divoravo a quel tempo libri e riviste di poesia per vincere la frustrazione di trovarmi ancora distante dal mondo al quale volevo arrivare una volta diventato adulto. Anche se non ero mai stato a Milano, conoscevo in pratica le carte che passavano sul tavolo della poesia: il meridionalismo di Scotellaro e dei suoi affini, il primo Pasolini che cominciava a scandalizzare, oltre alle due antologie poetiche decisive dell’epoca, Linea lombarda, curata da Luciano Anceschi, e Quarta generazione, a cura di Piero Chiara e dello stesso Erba.

Era una via d’uscita dall’ermetismo che si cercava, e di questo si parlava tanto al Blu Bar dove, non appena sbarcai a Milano, Bartolo mi portò qualche volta per introdurmi nell’ambiente. Fu lì infatti che incontrai Vittorio Sereni, Luciano Anceschi e lo stesso Luciano Erba.

Per chi volesse leggere questo e gli altri saggi della rivista. la trovate nel sito dell’editore.

http://www.interlinea.com/schedenovita/Autografo56.htm




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