Lungo/Tevere/Roma

Questo reportage sotto i ponti del Tevere esce oggi su Venerdì de la Repubblica. Le foto sono di Giorgio Vacirca. Inizia così.

Lo aveva detto persino Massimo Carminati dopo l’arresto: il mondo di sotto è più pulito del mondo di sopra. Pensava al Lungotevere? Forse no.

A un anno esatto dalla morte tragica dello studente americano Beau Solomon – era il 30 giugno del 2016 – sotto Ponte Garibaldi siamo andati a perlustrare le sponde del Tevere.

Sembra strano ma mentre lassù passano ragazzi e ragazze in una movida di tacchi che oscillano tra le radici esuberanti del platani del Lungotevere, sotto i loro piedi, pochi metri più in basso, c’è un mondo di nessuno in cui un uomo spintona in acqua un ragazzo del Wisconsin venuto a Roma per studiare alla John Cabot University, come si vede da una telecamera fissa che ha inquadrato l’epilogo del giovane che cercava di recuperare la carta di credito sottrattagli.

Un puff nell’acqua che sembra quasi ironico al rallentatore dei filmati acquisiti dai magistrati e fine.

Solomon, forse alticcio, è trascinato dalla corrente e muore per affogamento dopo aver urtato delle rocce.

In quella che sembra a tutti gli effetti una terra di mezzo, per dirla con tolkieniana metafora, Massimo Galioto, italiano di 41 anni senzadimora per scelta, finisce per pagare con il carcere, con la sola attenuante preterintenzionale del delitto. Il resto si è scoperto un giorno per volta: un interrogatorio dopo l’altro – suo, della fidanzata e della comunità di punkabbestia che viveva in simbiosi con loro – ed è venuto fuori tutto il provvisorio di esistenze “a buscarsi la vita”, into the wild, sotto il traffico del Lungotevere.