L’utopia monumentale

Il Colosseo in un progetto utopico, una delle storie di “Andare per le città ideali” di Fabio Isman appena uscito da Il Mulino.





Non è noto ai più l’episodio a cui Fabio Isman, giornalista e scrittore da sempre attento al viaggio e all’arte, dedica il terzo capitolo della sua piccola rassegna – “Andare per le città ideali” (Il Mulino) – tra utopie architettoniche realizzate o desiderate, comunque prefigurate.

Non tutti sanno che ai tempi di Sisto V il Colosseo era stato pensato come una possibile città nella città. Non tutti sanno che ai tempi di quel papa il Colosseo era stato immaginato come un possibile condominio, enclave operaia. Un’operazione storica e audace che si deve al papa Peretti e al suo architetto Domenico Fontana che in “Della trasportazione dell’obelisco Vaticano” progetta una città-fabbrica organizzata in quattro ampie scale, come quattro erano gli ingressi della filanda-città affiché questo monumento-palazzo di tre piani fosse tutto collegato perfettamente. La pianta in dettaglio mostra il pensiero dell’architetto: divide le zone per lettere: le (a) corrispondono ai quattro ingressi, le (b) alle scale, le (c) alle logge per i filandiere, (d) indica le loro abitazioni, (e) i loggiati.

Il papa non ha il tempo per realizzare questo folle disegno. Il 27 agosto dello stesso anno 1590 muore per una trascurata malaria durante una notte di uragano, come scrive Isman, interpretato dai Romani come una prefigurazione. Aveva appena iniziato dei poderosi lavori di scavo levando i detriti accumulati negli anni intorno al monumento. Ci avevano lavorato tanti: 70 carrette di cavalli e 100 uomini, così scrive Fontana. “E se avessi avuto ancora un anno il Colosseo sarebbe diventato un abitazione” così prosegue lo stesso Domenico Fontana. La verità che sembra insinuare Isman, frutto dei suoi studi storici, è che il Colosseo con il suo pagano ingombro fosse stato percepito dai religiosi successivi come un pericolo per così dire simbolico che doveva in un certo senso trovare una quadra.

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Non è questo il solo episodio del libro di Isman che ne fa meritare la lettura. Il libro è dedicato a tantissime città tra cui Sabbioneta, Palmanova, Pienza, Aquileia e, più vicino a noi, San Martino al Cimino e le città dalle paludi vicino Roma, di fondazione, fasciste: Littoria-Latina e Sabaudia. Le sue città ideali sono “visioni laiche, quasi mai religiose; centri urbani di solito diversissimi da qualunque altro, e tra loro; piccoli gioielli architettonici (e sovente non soltanto), con singolarità spesso curiose, talora addirittura gustose e divertenti. Incarnano un’aspirazione atavica, che affonda le origini nella notte dei tempi, ha conosciuto avvincenti teorizzazioni nel Rinascimento e, nei secoli, anche alcuni profeti di tutto rispetto”.