#manichini

Delle volte guardo i manichini con aria costernata. Altre volte incuriosita. Altre ancora dispiaciuta. Perché stanno lì? Chi li ha scelti?



Chi ha preferito una versione decapitata? Chi una più palestrata? O una più sessuata? O una senza cedimenti alla somiglianza di genere? Una più anatomica, l’altra più “aliena”? Mi sembra di ricordare un film. Era di Truffaut? O di Antonioni? Mi viene “L’uomo che amava le donne” o “Identificazione di una donna”. Ma non ricordo. Come non ricordo se fosse più comune attendersi un loro gusto cinematografico, dei manichini intendo, negli anni delle boutique anni 50, in quelli del glamour anni 80 o in quelli dei grandi centri commerciali più vicini a noi? Di certo, se mi fermo a pensare, so isolare un ricordo della Standa di piazza Sempione (ora non più tale… ma nulla è più tale) e quei manichini decisamente antropomorfi, severamente alti e tronfi di contro a un’epoca più dimessa. La loro aria aliena e replicante è il mio imprinting dei manichini. Ne ho la certezza.




Al netto dei ricordi, mi viene poi da pensare a chi li veste. A chi ha fatto scorrere a vetrine chiuse lungo quel corpo rigido i tessuti. Si è piegato per accorciare un pantalone o infilare una scarpa. Un gesto che ha qualcosa di ordinario e straordinario insieme. Un gesto che contiene qualcosa di funereo.

E scatto delle foto. Con la paura di apparire uno stalker dell’inanimato. Ma con la lombrosiana certezza che anche in un calco ci sia una nota del carattere. Che forse, in questo caso, può ben funzionare più che per ben delinquere per ben disporre un acquisto. E poi, in definitiva, cosa preferire: la versione umana, quella aliena o quella leggermente frizzante? Questa “figura” settecentesca (a quei tempi risale l’uso dei manichini) ha assunto oggi forme e fogge sempre più cariche di malia. A volte persino al brivido dell’arte o della fantascienza. Come un Golem moderno e ipercommerciale. Il simbolo di ogni non riuscito acquisto.