Massimiliano Ferraina

Massimiliano Ferraina è uno degli autori (l’altro è Gianluca Loffredo) del documentario “My nature”, la storia di Simone, un uomo nato con i genitali femminili. Il film è la storia della sua prima e della sua seconda vita.




Conosco Massimiliano Ferraina da diversi anni. Non sapevo (ancora) di questa storia e di questa evoluzione del suo lavoro documentaristico. Ho visto il film e l’ho trovato delicato, commovente, incoraggiante persino divertito a momenti. Carico di una vitalità allegra e fiduciosa. Ho deciso di battermi perché più persone potessero consocere questa storia (anche se viaggia con successo tra festival in giro per il mondo). Per la sua unicità – non poi così unica – e per la sua universalità. In fondo, tutti siamo in transito tra varie nature. Tra le nostre molte anime, in transito anche esse – speriamo verso il meglio per noi. Così ho chiesto a Massimiliano di rispondere a delle domande. Volevo sapere qualcosa in più di lui in relazione a questa nuova esperienza di racconto della verità, dei suoi progetti, del perché vive ora a Londra e, se l’Italia gli sta stretta, perché. Non pensavo proprio a un’intervista ma a una chiacchierata via mail in attesa di rivederci. Nel frattempo, certo, mi incuriosiva come aveva trovato la storia di Simone e perché l’aveva scelta e come aveva lavorato in coregia – visto che la coautorialità è qualcosa di suo già molto interessante. Quel che ne è venuto fuori lo leggerete di seguito. Intanto, questo è il trailer del film.

My Nature trailer from Colibrì Film on Vimeo.




Ho conosciuto Simone nel 2008 quando vivevo a Napoli, ma solo nel 2010 sono venuto a conoscenza della sua storia, del suo viaggio per diventare quello che si sentiva di essere. In un periodo un po’ complicato, per una serie di questioni familiari e perché stavo lavorando ad un altro progetto, Simone mi ha spedito un breve racconto, non ha fatto riferimento ad un lavoro autobiografico, e mi chiedeva solo di dirgli cosa ne pensassi. Qualche mese più tardi la sintesi era questa: “Sono nato bambina. A 5 anni all’asilo mi sentivo un maschietto. Poi ci ho messo 28 anni per trovare il coraggio di seguire la mia natura. Ci sono voluti dieci anni di eroina, vari tentativi di suicidio per capire che la mia felicità era più importante di quello che pensavano gli altri”.




In realtà, la sintesi non rende giustizia della narrazione che fino all’ultima pagina mi ha fatto chiedere se era di lui che scriveva in prima persona o no. Ma quell’elemento di suspance mi aveva fatto entrare nel testo e mi aveva fatto identificare con il viaggio del protagonista e quel protagonista era Simone stesso. Con grande gratitudine lo chiamo per ringraziarlo e per dirgli onestamente che mi piaceva molto, e che era un buon inizio per un libro o per una sceneggiatura, molto meno per un documentario che è quello a cui sono interessato.

Tutto si svolgeva al passato, poche erano le tracce visive rimaste e a me non interessava fare un documentario con una talking head che racconta la sua storia o ricostruire la storia con le testimonianze prima e dopo. Ma la storia e l’amicizia con Simone, che fino ad allora non era che una conoscenza, sono diventate sempre più presenti e profonde. Sono andato a trovarlo a Caserta. In quel periodo era nato un soggetto per un film di finzione, una commedia drammatica. Nessuno sembrava essere veramente interessato al tema e al modo di affrontarlo. Io non ero molto contento di come stesse andando la mia vita in Italia e mi stavo preparando a partire per Londra, una di quelle cose per cui dici, ma si ora o mai più.

Più o meno nello stesso periodo in cui stavo mi stavo preparando per partire per Londra, Simone mi comunica la decisione di lasciare il suo posto fisso, perché si sentiva in un’altra gabbia, lasciare Caserta per l’Umbria senza sapere veramente dove andare o cosa fare, questo viaggio verso l’ignoto mi è sembrato il giusto punto di partenza per un film documentario. A volte bisogna solo aspettare.

foto (c) Andrea Lioy

foto (c) Andrea Lioy

Con la complicità di Gianluca Loffredo, abbiamo dato a Simone una piccola camera per registrare un diario delle esperienze che stava vivendo. Solo alcuni pezzi di quel materiale fanno parte del film, ma quel materiale ci ha consentito di costruire la struttura narrativa. È stato un lavoro di ricerca e di riprese durato tre anni, in cui abbiamo costruito una profonda relazione di fiducia e rispetto reciproco. Abbiamo conosciuto luoghi, persone, esperienze attraverso alcuni video e lunghe conversazioni Skype in cui la linea cadeva continuamente.




Per farti capire: io sono a Londra cercando di trovare una collocazione nella metropoli, Simone in un bosco umbro, che io avevo visitato prima di partire per Londra, e Gianluca si era appena trasferito in Francia. Quindi per farla breve, il solo fatto di essere arrivati alla fine di quest’avventura e pensare di avere fatto un film che molte persone apprezzano è la più grande vittoria, ma anche una prova di perseveranza che, penso, è il più grande insegnamento per la mia vita e per la mia visione di storyteller.

Oltre al desiderio di raccontare la storia di Simone l’idea era rispondere ad una nostra domanda collettiva o esistenziale come qualcuno l’ha definita: quante volte si può cambiare nella vita? Quanto coraggio è necessario per cambiare direzione? Il fatto che Simone sia nato con quella che in termini medici viene definita disforia di genere, è stato un dramma ma anche una grande opportunità. Lo ha reso inevitabilmente aperto al cambiamento e determinato a vivere una vita autentica. La ricerca di una vita il più possibile autentica con noi stessi penso accomuni molte persone in questo periodo.