Memoriale, autonomia, testimonianza

Memoriale, autonomia, testimonianza. Ecco cosa serve. Non sempre serve raccontare una storia altra da sé. E’ questo il caso del libro con cui Ruggero Savinio (“Il cortile del Tasso”, Quodlibet) testimonia tempo e spazio odierno e passato.




Non è obbligatorio essere uno scrittore. Mettere mano alla tastiera, licenziare un testo per la stampa e non per forza con ambizioni (spesso sovrastimate) di letterarietà.

Ruggero Savinio

Ruggero Savinio

Ruggero Savinio (che è nato a Torino il 22 dicembre 1934 ma vive a Roma) figlio d’arte (il padre era Alberto Savinio per il quale ogni parola di definizione è poca roba) sa di cosa sta parlando. E’ un pittore ed è figlio di un pittore-scrittore, nipote di un altrettanto pittore-teorico, Giorgio De Chirico. Non voleva certo inseguire le orme del padre. E’ un eccellente pittore e questo potrebbe bastargli. Ma pure è un ragionatore, uno che è abituato a farsi domande sulla sua e sulla altrui pittura. Né gli è avulso il gesto letterario. Così si comporta con quella giusta distanza che gli consente di mettere mano narrativa al presente (il restauro di una piazza romana a cui assiste dalla sua casa). Questa.

Per chi non l’avesse riconosciuta è Piazza Dante. Mentre Savinio compone il suo memoir “il palazzo delle Casse di Risparmio Postali, col titolo che vediamo scritto sulla facciata, sormontata da un fastigio con figure allegoriche, stemma sabaudo e stellone d’Italia, sarà occupato dagli uffici del SISDE, i Servizi Segreti, l’intelligence italiana”.

Alla testimonianza civile si salda il ricordo o la composizione di uno spazio del ricordo. Può così tornare a una scuola, la sua. Il Tasso e il suo cortile a cui dedica la raccolta delle sue memorie.

Gli è caro lo scarto tra la Roma della sua adolescenza (“triste e noiosa degli anni Cinquanta”) da cui voleva fuggire, quella di viale Bruno Buozzi della casa di famiglia, quella del Tasso (“Il Liceo tasso stava, come adesso, in via Sicilia. Quartiere Ludovisi, nato sulla demolizione di Villa Ludovisi, una delle più belle di Roma. E’ stato il primo atto di speculazione edilizia di Roma Capitale”).




Passa via Po e piazza Pitagora, sale sull’allora 52, nel ricordo. Ecco il fu Cinema Parioli. Poi ritorna alla Roma in cui abitava nel 1943, quella di San Giovanni da dove con la mamma (la Morino, attrice delle compagnia pirandelliana) veniva a piazza Dante (e rieccoci a bomba nel plot del libro) a fare acquisti alla borsa nera.

Certo quella piazza in un cantiere perenne non è la stessa. E allora ecco il lavoro dei bandoni che, coinvolgendo le scuole e gli artisti (Savinio stesso), cercano di celare il cantiere. Si ritorna alla posa della targa nella casa natia con lo studio circolare dal quale Savinio padre ascoltava e guardava il cuore della città pariolina. Da qui parte un filo, uno dei più belli del volume, con cui il pittore si rimette a caccia dei proprietari.

Il cortile del Liceo Tasso.

Il cortile del Liceo Tasso.

Ma l’ago della bilancia del memoir rimane il Tasso, edificio e poeta (ipercitato). Il Tasso della Gerusalemme. Il Tasso dell’amore e delle gesta. Il Tasso della generazione del liceo al Tasso e vita onorabile. Insomma – parrebbe dirci Savinio – nessun nome a un edificio è dato a caso ed è bene aver rispetto delle sue memorie.