Miami = Cuba fuorisede

Miami = Cuba fuorisede. Nella storia che ci regala la scrittrice cult Joan Didion la storia di Cuba, che è stata anche una storia (nord)americana e in contumacia. Ecco a voi “Miami” (Il Saggiatore).




Leggereste un libro che inizia così: “Le vanità dell’Avana vanno a morire a Miami. La notte dell’agosto 1933 in cui lasciò l’Avana per fuggire in esilio, l’allora presidente di Cuba, generale Gerardo Machado, portò con sé cinque pistole, sette valigie piene zeppe d’oro e cinque amici ancora in pigiama”? Noi sì. Ed ecco cosa vi diciamo alla fine.




Vi diciamo intanto che Joan Didion non è una scrittrice trascurabile anche se molti di quelli che ci seguono già lo hanno scoperto nei libri precedenti. Nata in California nel 1934 ma giornalista (“New Yorker” e “New York Review of Book”), scrittrice e sceneggiatrice a tutti gli effetti newyorkese ha alle spalle il capolavoro de “L’anno del pensiero magico” che con “Verso Betlemme”, “Blue Nights”, “Prendila così”, “The White Album” e “Run River” (tutti pubblicati in Italia dal Saggiatore) l’hanno consacrata a livello internazionale.

In questo libro, apparentemente minore, ci accorgiamo che la ricchezza espressiva, anche per noi che non abbiamo mai visto Miami è incoraggiante: “Le superfici, a Miami, tendevano alla dissolvenza. Anche le giornate più splendide finivano per trasformarsi in serate dal tempo incerto”.

La narratrice lo dice per sé e finisce per ricordarlo a noi: “I primi tempi a Miami tutti mi dicevano che c’erano luoghi dove non avrei dovuto metter piede. C’era tutta una lista di cose da fare e di cose da evitare accuratamente”.

Le dinamiche di scambio Cuba/Miami non sono mai state del tutto felici, anche per i neo americani che passarono da essere banchieri all’Avana e assistenti contabili a quarantacinque dollari la settimana negli States. Così gli editori di quotidiani finirono a guidare i taxi e in nessuno dei casi i neri americani presero bene questo che era a tutti gli effetti un downgrade – un incrocio insomma di razzismi. Che si accompagnava va detto con una sempre maggiore visibilità di nuovi ricchi cubani. Tutti – ricchi o meno – in attesa di un rientro vendicatino nella madrepatria.

Prima c’era stato Fidel Castro che da qui si era preparato alla medesima grande impresa. Poi il tutto gli si era rivoltato contro in un viceversa. Miami, insomma, è sempre stato un ago pungente della bilancia. Quella dell’Isla e quella degli States. Ed è per questo che questo libro si candida ad essere una lettura interessante per sciogliere un doppio rebus.

In ogni caso la distanza tra gli anglo e i cubani rimane costante e costante la considerazione degli esuli dell’Isla “come un punto a favore nella battaglia delle ideologie”, un caso insomma di pubblicità estera. Eppure i “venditori di banane” non erano amati dal resto della popolazione che li irrideva.

La Didion parla della progressiva cubizzazione di Miami, quando la gente attacca sui paraurti l’adesivo “si prega l’ultimo americano a lasciare Miami di portare con sé la bandiera”. Insomma, la frontiera è qui. E qui è la trincea. Due cose che non dovrebbero per forza coincidere ma così accade.

Eppure il suo reportage narrativo ci consegna una città con una sua felicità intrinseca: “Questa particolare atmosfera faceva sì che Miami non sembrasse una città, ma una fiaba, una storia d’amore ai tropici, una specie di sogno a occhi aperti in cui tutto è possibile”.

Tutto quello che ancora deve accadere. E tutto questo libro che è, alla fine sì, tutto da leggere.