Nadia Terranova

Questa intervista a Nadia Terranova, che ripubblico qui, è già uscita sulle pagine culturali de “Il Messaggero”.

Foto Sandro Messina

A raccontare Roma sono quasi sempre scrittori “immigrati”. Nadia Terranova , che ha esordito con Gli anni al contario (Einaudi), romanzo bello e dolente sulla generazione degli anni di piombo (che lei non ha conosciuto), è venuta qui da Messina 11 anni fa, ed è venuta presto al Pigneto. Le chiedo subito come vede il fenomeno della gentrification, dei quartieri popolari in parte “colonizzati” dal nuovo ceto d’avanguardia di bohemien e artisti incompresi, con il loro gergo e i loro locali alternativi, che ne ha espulso gli autoctoni (salvo dedicargli con carità pelosa un museo della memoria, come a Garbatella).

Anche perché su un muro del quartiere leggo la scritta minacciosa “Gentrification: a class war!”, “Trovo odioso questo aspetto colonialista della gentrification, anche se inevitabile: d’altra parte il mio compagno appartiene a una famiglia immigrata nel quartiere dalla provincia di Salerno, e in genere io amo frequentare proprio gli autoctoni, specie la mattina al mercato, il pizzicagnolo, il fruttarolo, il macellaio, e poi il portiere, il barista…non è che io disdegni gli scrittori ma tendo a vederli in relazione a progetti comuni, come ad esempio in questo momento la scrittrice Carola Susani”. Le chiedo se la trasformazione del quartiere è stata veloce, traumatica.

Nadia così mi risponde: “Guarda, il quartiere, racchiuso in un triangolo, attraversato dalla ferrovia, e disseminato di villini, oltre che di palazzoni (in uno dei quali abito), resta estremamente piacevole, vivibile, a parte la turbolenta isola pedonale, terra di nessuno e di spaccio (anni fa ricordo un manifesto con Alemanno che celebrava la fine della criminalità e davanti un ragazzino che spacciava…).

C’è stato un periodo di transizione, in cui nacque il primo locale alternativo, l’ Infernetto, poi il caffè-libreria Yeti, e in cui però dovette chiudere il cineclub Grauco, vero punto di riferimento, che rimpiango molto. Certo, ora c’è il Kino, che guarda alla qualità e che comunque programma anche il cinema che si fa oggi, e poi Alphaville, uno spazio minuscolo e coraggioso.

Non dico che oggi non esistano luoghi interessanti, ad esempio Tuba, la libreria delle donne, o il Fri book crossing in piazza Brancaleone, con i libri dentro due vecchi frigoriferi, però davvero sono spuntate decine e decine di enoteche, e al posto dei fermenti culturali di qualche anno fa impazza l’happy hour e la movida, fracassona e a volte perfino violenta! In generale oggi a Roma, e non solo in periferia (ammesso e non concesso che il Pigneto sia periferia), non vedo più la cultura, quel clima anche eccitante in cui ero stimolata a scrivere il primo romanzo, quel senso di appartenenza a una comunità… oggi Roma mi appare solo come una Messina più grande, ha perso l’anima”.

Dato che proprio questo romanzo racconta un mondo quasi scomparso, quello delle lotte politiche dei ’70, le chiedo se a Roma trova ancora l’eco di quegli anni, la memoria di quello scontro ideologico oggi forse anacronistico per un ventenne. “Sì, Roma, è piena di ancora di murales, di scritte e immagini che si richiamano a quel periodo. Ma spesso sono scritte immaginative, felicemente spaesanti, Ad esempio ho visto su un muro una falce e martello e sopra ‘Supporta Israele’. Curioso, no?, E ancora su un altro muro ‘Il problema non è il capitalismo, ma il lunedì’.

Ne approfitto per interrogarla su un lato del carattere romano: forse Roma è la città più cafona e sguaiata del mondo, ma anche la più ospitale, tollerante, la più dotata di senso dell’humour, un humour a volte corrosivo ma fraterno. “E’ vero – conferma Nadia Terranova – della città mi ha subito conquistata la battuta, il gusto della derisione (sempre affettuosa). L’altro giorno mi ero inzuppata per un improvviso temporale, riparo in un androne e uno mi fa ‘Aho’, te sei fatta ‘na doccia?’ Qui chiunque con una battuta sale sulla scena, fa il suo numero, ha i suoi 30 secondi di celebrità.

E poi tutti si danno del tu, cosa impensabile a Messina, dove peraltro puoi avere il sarcasmo, ma non questo umorismo estemporaneo”. Mi dicevi che il Pigneto non è propriamente periferia…” Sì, la periferia è oltre, ad esempio la Giustiniana, dove Giulia Blasi ha ambientato il suo romanzo Se basta un fiore, affondo sociologico penetrante e storia d’amore tra il figlio di un palazzinaro e la figlia di due fricchettoni radical chic…”. Al Pigneto Pasolini ambientò il film “Accattone”, e infatti cuore del quartiere è il bar Necci, ripulito e ristrutturato, dove si svolgevano le scene clou della pellicola, ma oggi ci sono ancora i “ragazzi di vita”, con la loro feroce purezza, o almeno i loro eredi?.

“In parte sì, con l’aria spavalda, lo Smartphone e le scarpe che costano quanto un mio stipendio. Un po’ li racconta l’Ammaniti di Vivere e morire al Prenestino, ma devi cercarli altrove (tieni presente che Pasolini li aveva però ‘inventati’!)…, ad esempio io li ritrovo al “Baobab”, centro di prima accoglienza, continuamente sgomberato, prima al Verano ora alla Stazione Tiburtina, in un parcheggio pieno di tende. Sono ‘ragazzi di vita’ di tutte le etnie, con loro stiamo avviando un progetto di lettura dell’Eneide.” Insomma, dopo 11 anni questa città la ami o la odi? “Prevale l’amore, a Roma perdono tutto (o quasi tutto: quando mi dicono ‘Che tte frega” ancora mi arrabbio!), proprio perché mi ha accolto senza riserve, non mi ha chiesto di spersonalizzarmi né di tradire la mia identità”.