Pelliccione, DeVerdi, un marsicano a Hollywood

La storia di Vincenzo Pelliccione, alias Eugene DeVerdi: dalla Marsica a Hollywood, una delle vite fulminee raccontate da Stefano Scanu in Come vedi avanzo un po’ (Italo Svevo editore).

Vincenzo Pelliccione nasce marsicano e gran incassatore di sberle, vive e s’arrangia tra gli studios hollywoodiani col nome d’arte di Eugene DeVerdi, e muore romano, sentendosi per metà Charlie Chaplin.

Quando decide di lasciare Rosciolo dei Marsi per andarsi a prendere la sua parte di sogno americano, non ha neanche 22 anni. Ci vogliono diversi chilometri di terra e altrettante miglia di mare aperto prima che il profilo del Velino scompaia all’orizzonte, levandogli finalmente di dosso quel senso di umido e ombra che lo aveva accompagnato lungo tutta l’adolescenza.

Negli Stati Uniti ci mette un po’ a trovare se stesso, almeno finché non decide di cambiare nome e ribattezzarsi artista. All’occorrenza è poeta, pittore e cascatore entusiasta. Bazzica i teatrini di Los Angeles alla ricerca di scritture e qualche dollaro per le lezioni d’inglese, ma non sa che la sua fortuna è tutta in quella faccia da maschera e nei gesti spontanei del pagliaccio triste.

Se ne accorge in un ristorantino di Hollywood quando Chaplin in persona lo fissa folgorato, senza credere ai suoi occhi. Hanno entrambi la bocca aperta e la forchetta ferma a pochi centimetri dal mento. È come se si guardassero allo specchio. Un paio di europei venuti quasi per caso a cercar fortuna in America che si assomigliano come due gocce d’acqua.

Viene subito impiegato come controfigura di Charlot. Il primo giorno di riprese la costumista lo infila dentro una giacca strettissima, dei pantaloni enormi e delle scarpe da clown verniciate, poi gli calca in testa una bombetta troppo piccola mentre appiccica sul labbro un paio di baffi a spazzolino.

Completa l’opera con un bastone di canna e si allontana per guardarlo nel suo insieme. Eugene fa spallucce e muove il collo in modo che tutto gli calzi a perfezione e senza manco pensarci inizia ad avanzare per lo studio con passo da pinguino come se non avesse mai fatto altro.

Tutti lo guardano ammirati; Chaplin quasi piange di gioia. Finalmente può vedersi per come appare veramente.

(…)

Ancora luci e barbagli insomma, almeno per un po’, e poi il film finisce nel dimenticatoio con tutto il cast. E comincia la nuova vita di recupero di Eugene che dopo aver tanto cercato il caldo dei riflettori, decide infine di mettersi dietro e di spandere lui un po’ di chiarore. Apprende l’arte e si reinventa tecnico: costruisce fari, effetti visivi, s’ingegna e s’arrangia. Nel giro di pochi anni è un maestro di luci di scena corteggiatissimo.

Solo adesso si può ritornare a casa. Viene chiamato a Roma, gli allestiscono uno studio a Cinecittà, la sua Hollywood sul Tevere, manco a dirlo accanto all’Istituto Luce e lui non si fa pregare troppo: Cleopatra, Ben-Hur e molti altri. Accende ogni film a cui lavora, infiamma le scene per anni o almeno fino alla notte di Natale del 1977 quando, nella sua villa in Svizzera, si spegne Charlie Chaplin, quello vero.

Da quel momento pure Eugene DeVerdi comincia ad affievolirsi lentamente, lo sa bene pure lui che senza luce non c’è ombra e viceversa, figurarsi senza Chaplin. Resiste neanche sei mesi e infine il 20 giugno del 1978, dopo una vita piena di abbagli, Vincenzo Pelliccione si eclissa.

Raccoglie tutti i pezzi, le sue lampade, la sua bombetta e il suo nome, e se ne ritorna nella Marsica, all’ombra del monte da cui era venuto.

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