Perché non parli, Mosè?

Pubblichiamo qui una delle “Curiosità romane” di Costantino Maes che un editore toscano (AB edizioni) ha meritoriamente ristampato partendo dall’edizione originaria del 1885 dell’editore Edoardo Perino. Adesso non si tratta che di andare a San Pietro in Vincoli.




I due Mosè
di Costantino Maes

Sono due i Mosè in Roma, l’uno per divina bellezza,
l’altro per stupenda deformità: ragginate l’uno d’una aureola
fulgentissima di gloria, l’altro stillante sangue.
Parliamo oggi di quello glorioso, ch’è a S.Pietro in Vincoli,
dove il dì 1°agosto, si celebra la festa delle catene di
S.Pietro, che il devoto popolo corre a baciare.

Questa è la famosa statua di Mosè scolpita da Michelangelo,
che scorgesi in mezzo al sepolcro di Giulio II.
Chi almeno una volta all’anno può astenersi di salire
l’antica (?) Via Scellerata, cioè la moderna salita a gradini di
S.Francesco di Paola, ed entrare nel calssico tempio eretto
sull’Esquilino da Eudossia moglie di Valentiniano, imperatore
d’occidente; non per vedere le 20 colonne doriche
antiche di marmo greco scanalate, ed aventi 2 metri e 25
cent. di circonferenza, non gli armadi di bronzo del Pollaiolo,
non la Pietà del Pomarancio, non la liberazione di
S.Pietro del Dominichino; ma per esaltarsi l’animo dinanzi
al capolavoro forse della statuaria, il Mosè di Michelangelo?

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In quale altra statua scorgesi tanta vita, tanta forza d’espressioni,
e sì profondo sentimento di fiera melanconia nel
volto di questo grande mortale, di questo uomo misterioso,
che, dopo aver conversato con Dio, guarda quella mandra
d’uomini che brulica ai suoi piedi, e ne contempla l’abbiezione
e la miseria?

Nessuna statua antica o moderna regge al contatto di
questa che, al dire del Grimm, rivela tanta sublimità, tanta
coscienza della propria dignità, della propria forza, quasi
abbia a sua disposizione i fulmini del cielo, e tuttora li
trattenga prima di scatenarli, aspettando che si rischino ad
attaccarlo i nemici, che egli medita di annientare.

L’autore stesso fu colpito talmente dallo splendore
dell’opera sua, che si ha per tradizione essersi rivolto col
martello in mano alla medesima, e scagliatole un colpo alla
testa, o sul ginocchio, avergli detto: Ebbene parla Mosè! E a
dire il vero

Manca il parlar, di vivo altro non chiedi,
Nè manca questo ancor, se agli occhi credi.

Il Mosè scolpito da Michelangelo sembrami poi veramente
scolpito di nuovo in quel celebre sonetto del Zappi,
che sempre si rileggerà con ammirazione, cioè:

Chi è costui che in sì gran pietra scolto
Siede gigante, e le più illustri e conte
Opre dell’arte avanza e ha vive e pronte
Le labbra sì, che le parole ascolto?




Questi è Mosè: ben mel diceva il folto
Onor del mento e il doppio raggio in fronte:
Questi è Mosè quando scendea dal monte,
E gran parte del Nume avea nel volto.
Tal era allor che le sonanti e vaste
Acque ei sospese a sè dintorno; e tale
Quando il mar chiuse e ne fè tomba altrui.
E voi, sue turbe, un rio vitello alzaste?
Alzata aveste imago a questa eguale,
Ch’era men fallo l’adorar costui!