Piazza Bologna e gli ebrei libici

Pubblichiamo un estratto dal mémoire di Raphael Luzon “Tramonto libico” (Giuntina, che ringraziamo). Racconta la fine della storia millenaria della Comunità ebraica di Libia. Roberto Saviano nella prefazione ha scritto: “Consiglio al lettore di soffermarsi, tenerlo un po’ più a lungo tra le mani, di risfogliarlo e rileggere alcuni passi, perché nelle parole di Luzon possiamo talvolta trovare l’ispirazione per intraprendere un cammino di pace e di memoria”. E noi, nelle pagine che vi facciamo rileggere, vi mostriamo la Roma del Ghetto e di Piazza Bologna in cerca di requie.

Salutammo sottovoce le altre famiglie, alcune delle
quali rimasero nel campo per mesi, e ce ne andammo
con le nostre poche cose. Camminammo sotto il sole a
lungo, io, le mie sorelle, i miei genitori, finché arrivammo
alla fermata dell’autobus. Noi bambini aspettammo
in silenzio chiedendoci che cosa i nostri genitori
avessero in mente di fare, ma già l’aria aperta e l’abbandono
dei limiti del campo con i suoi cattivi odori e
la sua violenza trattenuta ci rendevano felici, quasi euforici,
un’euforia che non lasciammo esplodere perché
non sapevamo quali sentimenti nascondessero papà e
mamma.

In autobus arrivammo alla stazione di Napoli. Da
lì in treno fino a Roma. Sentivo su di me gli sguardi
degli altri passeggeri. Sguardi severi, sospettosi. Noi
bambini cercavamo di comportarci bene, stando composti,
senza parlare, pensando che questo ci avrebbe
risparmiato gli sguardi della gente. Ad un certo punto
appoggiai la fronte al finestrino. Davanti a me scorreva
un paesaggio verde di campi e colline, le palpebre
lentamente si abbassarono e mi addormentai con il rumore
del treno sulle rotaie.

Raphael Luzon

Raphael Luzon

Arrivati a Roma, camminammo fino al ghetto. Là,
ci avevano detto, c’era un hotel tenuto da ebrei che
ci avrebbe affittato una camera per poco. Avevamo
con noi solo un po’ di soldi che mio padre aveva sag-
giamente lasciato in un conto in Italia ogni volta che
eravamo venuti in visita d’estate. I soldi avanzati dalla
vacanza. L’hotel Carmel, piccolo, semplice, pulito. Ma
aveva una qualità, era vicino al ghetto, vicino alla sinagoga,
vicino al cuore di una comunità ebraica. Questo
infuse in noi un po’ di speranza. Affittammo due camere
dove ci stringemmo. La nonna con noi bambini.

Mio padre entrò in bagno, si lavò il viso ed uscì. «Vado
a cercare un appartamento in affitto» ci disse. Noi lo
aspettammo nelle camere senza osare pensare di uscire
fuori da soli. Ci addormentammo e quando la mattina
dopo ci risvegliammo con la prima luce che filtrava
dalle finestre scoprimmo che lui era già uscito, di nuovo,
per andare a cercare una casa per noi.
Dopo pochi giorni trovò un appartamento in via
Palestro, dove ci trasferimmo, ma eravamo lontani dalla
sinagoga e soprattutto dalla zona di piazza Bologna
dove vivevano già molte famiglie fuggite dalla Libia.

Quella casa fu solo un momento di passaggio, mia madre
non arredò niente. Le era chiaro che non saremmo
sopravvissuti in quella solitudine. Così, mio padre si
diede da fare e alla fine trovò per noi una casa in via
Ciociaria. Un appartamento al secondo piano, con una
camera da letto per noi ragazzi e una per i genitori; per
la prima volta nella nostra vita dormivamo da soli.
Gradualmente iniziammo ad abituarci agli oggetti,
alla disposizione dei mobili, alla semplice geografia
dell’appartamento, ai punti in cui si mostravano i
segni del tempo, agli odori, alla vista dalle finestre, ai
rumori dei vicini, a quelli della strada, al primo paesaggio
colto dall’occhio una volta fuori dal portone del
palazzo, alla strada, al quartiere, e così senza veramente
accorgercene Bengasi divenne il passato e Roma il
nostro presente, la nostra città.

Eravamo vicini ad altri ebrei libici, molti tripolini,
che la sera si ritrovavano nel giardino di piazza Bologna,
seduti sulle panchine, in piedi in piccoli capannelli,
a fumare, a parlare in arabo fino a notte fonda
di quello che era successo, del perché era successo,
e c’era chi alla fine si infervorava perché credeva che
la guerra di Israele non c’entrasse nulla, ma che i pogrom
erano pronti contro di noi da sempre, e c’era chi
accusava il re di non averci difeso, e chi raccontava
per l’ennesima volta quello che era successo a lui o
a un conoscente o a un parente, e chi inveiva contro
gli arabi che avrebbero potuto aiutare e non l’avevano
fatto, o contro gli arabi che avevano scorto tra la folla
a urlare di assassinare gli ebrei e fino al giorno prima
erano stati degli amici; e su ogni discussione non c’era
mai accordo perché ognuno ricordava in modo un po’
diverso anche se simile, perché l’anima di ognuno aveva
registrato quegli attimi di paura in modo peculiare.
E poi capitava che arrivasse in visita dalla Libia qualche
conoscente arabo, venuto perché aveva nostalgia
dei suoi amici ebrei, o per un senso di colpa o solo
per concludere qualche affare commerciale rimasto a
metà. E allora, dopo che aveva concluso i suoi affari
privati, tutti si accalcavano intorno a lui in silenzio e
ascoltavano, bevevano le sue parole su quello che stava
succedendo là, con nostalgia infinita e una ferita che si
riapriva con ogni parola, e appena il visitatore lasciava
che una pausa appena troppo lunga interrompesse il
suo racconto, subito sorgevano le domande da tutti i
lati, contemporaneamente, tutte con il medesimo tono
di urgenza, di ansia, di speranza. E anche mio padre
parlava e chiedeva che cosa ne fosse stato della famiglia
di suo fratello a Tripoli. E a volte il visitatore rispondeva
che non sapeva, a volte rimaneva in silenzio,
a volte faceva finta di non aver sentito.

E intanto la luna spariva dal cielo, le strade tornavano
silenziose e l’aria si rinfrescava su quella piazza
di Roma dove senza che ce ne accorgessimo si andava
formando la nostra memoria collettiva, dolente e frammentata.
Un percorso alla fine del quale alcuni di noi
non avrebbero mai più voluto sentir parlare di Libia
mentre altri sarebbero rimasti attaccati a una necessità
vitale di non abbandonare quel mondo, di rivendicare
i nostri diritti, la nostra giustizia, la nostra verità, e altri
ancora avrebbero fatto la pace con il passato e messo
tutte le loro energie nella costruzione di un futuro per
sé e le loro famiglie; ma un percorso alla fine del quale
tutti noi non saremmo più stati le stesse persone che
eravamo prima.

Raphael Luzon è nato a Bengasi nel 1954. Si è laureato a Roma in Scienze politiche. È stato corrispondente per vari giornali israeliani in Italia e producer per la Rai in Israele. Per alcuni anni è stato direttore di un ospedale geriatrico israeliano. Nel 2000 ha coordinato “Jubillenium”, programma promosso in collaborazione con il Vaticano per l’organizzazione di eventi all’estero legati al Giubileo. Ha vissuto a Bengasi, Roma e Tel Aviv. Oggi vive a Londra.