Piazza della Croce Rossa

Questo brano è tratto da un testo più lungo e ancora inedito.

Sono a piazza della Croce Rossa. Ci vuole coraggio a chiamare “piazza” uno svincolo così confuso. Sono contrario alle sofisticazioni, anche a quelle stradali. Per legge toponomastica bisognerebbe usare nomi appropriati: svincolo della Croce Rossa, piuttosto, o incrocio della Croce Rossa. Un ossequio legittimo per chi si trovasse a cercare un numero civico in mezzo a tanto monossido di carbonio. Uno degli spiazzi più incongrui e mal arredati della casa-città romana. Palazzetti d’epoca, tratti di mura smozzicate, una caserma, persino una piccola centrale elettrica incassata a scomparsa dietro i mattoncini impilati dei fortilizi latini, un sottopassaggio, un giardino, l’angolo umbertino del ministero, il palazzo della sede delle ferrovie incassato nel verde di un giardino, una sede della nettezza urbana.
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Le analisi sono costate quasi trecento euro. Forse i medici nel prescrivere dovrebbero segnalare i prezzi o quelli stessi del centro analisi si dovrebbero premunire e offrire una specie di carta dei vini. Questi marker costano tot. Tot questi altri. Non che all’improvviso “sono trecentoventicinque… le serve la ricevuta?” un fermo scotimento ed ecco la grazia dello sconto: “allora faccia duecentottanta” e un sorriso comprensivo. Ecco, ora dovrei fare un’espressione soddisfatta e ringraziare di questa concessione generosa. La faccio e me ne pento subito. “La risposta lunedì”. Conto i giorni. Lunedì. E’ più di una settimana e penso “ma sono le macchine che impiegano tanto nei rilievi? O sono loro che prolungano l’attesa per dare più suspance ai referti?”

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Mi pesa persino guidare la vespa. Sono a piazza della Croce Rossa, la pioggia ha iniziato a scendere leggera. Sono fermo al semaforo. Le gocce ticchettano sulla plastica del casco. O è carbonio? Il semaforo deve essere scattato forse più di una volta e io sono ancora qui, incurante della pioggia. Sono stanco. Stanco di guidare. Stanco di aspettare referti, risultati, diagnosi. Le gocce battono i minuti di un orologio a secondi ravvicinati. Quanti ne staranno passando? Il rumore mi entra in testa. Quanto tempo passa in questo vuoto? Io con le mani incrociate sulle braccia, pioggia. Primavera senza che me ne sia accorto. L’odore pungente della spazzatura, che da qualche giorno non raccolgono per uno sciopero, riempie l’aria di fetori forse accresciuti dalla pioggia. I camion della spazzatura stanno abbandonati dall’altra parte del largo affiancarsi di vie. A destra un uomo dall’espressione perduta fissa un punto in mezzo ai suoi piedi. E’ seduto sul bordo del marciapiede: uno stallo che indica già da solo una disperazione che la pioggia conferma. Ci unisce, me e lui, un’immobilità irrazionale per questo inizio di temporale. Avrà fatto le analisi anche lui?

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Due uomini, a piazza della Croce Rossa stanno scoprendo la loro insensibilità al cattivo odore, all’acqua e al tempo che scorre. Qualcuno li ha dimenticati in questo slargo di traffico irragionevole. Riparto con poca convinzione e poca voglia di guidare. Qual è l’età giusta per smettere di guidare le due ruote? E’ questo il tempo giusto? Cinquantaquattro anni?