Pocoinchiostro, Gramsci, la tivvù e quel biondo Tevere

Pocoinchiostro, Gramsci, la tivvù e quel biondo Tevere. Una questione linguistica.

Sì, sembra dircelo anche Pietro Trifone nel suo ultimo “Pocoinchiostro. Storia dell’italiano comune” (il Mulino). Sembra dirci quello che ci dice la “tivvù”, la radio, il “tuidder”, i social, todo. Sembra tutto dirci che l’italiano lo fa più il parlante che il dotto-autore.

Che il forgiatore è chi pensiamo sia il forgiato. Il nostro Pocoinchiostro – da cui è tratto il titolo del saggio del professore di Roma Tor Vergata –, ovvero il brigante scribacchino a cottimo per lettere minatorie e d’estorsione (tale Michele Ciavarella di San Marco in Lamis nel foggiano), può trovare specchio in quei tanti parlanti social che forti dei loro più di 25 lettori o followers fanno audience e decidono, insomma, il master della parola. Del discorso “condiviso”.

Insomma non abbiatevene a male ma – come forse Gadda aveva capito – se qualcuno imita qualcun altro non è il parlante basso ma quello alto. Il basso è quello che decide gli stilemi, lui che aggiorna il vocabolario (burocratese a parte).

È triste, insomma, ma la lingua cambia in ragione di tante sciacquature. Molte lontano dall’Arno. Nella “tivvù” più recente c’è sempre molto Tevere. Biondo o zozzo, c’è il fiume di Roma dei “daje”, degli “aoooo”. C’è e senza quella specola un po’ sorniona che passando per Sordi arriva a Verdone. Italiano comune quindi e comunale, forse. Un po’ aggressivo, coatto ma non da ridere, irridente e irriverente.

Il cantiere aperto dell’italiano, come si intitola un bel capitolo del libro di Trifone, passa per Gramsci, uno che ci vedeva lungo:

Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale.

A questo proposito, a proposito di nuova egemonia culturale, nessun verginale imbarazzo per il presentatore della “tivvù” di Stato che fuorionda sbeffeggia la concorrente. Sarebbe successo pure ar muretto o sull'”auti” (plurale di autobus, gergale, romano: a quando l’aggiornamento del vocabolario?). Poi, se qualcuno ha qualche imbarazzo davanti a uno stipendio pagato con soldi pubblici si ricordi che molti sbeffeggiamenti e lazzi e risa avvengono persino in onda. Negli uffici, sugli auti.

Ma nessuno vuole condannare o salvare nessuno per come usa la lingua, piuttosto sul perché. La lingua, si sa, batte dove il dente duole. E non sempre duole perché, come scrive Trifone della sua “sanguinosa gaffe” scolastica, a scrivere o correggere la nostra lingua c’è qualcuno che è “senza lettere” più di noi. Quello per cui siamo disposti a combattere invece è per o contro la riorganizzazione di un’egemonia culturale. Anche se ci dovesse costare il carcere.

Esce in contemporanea con il blog HuffPost http://www.huffingtonpost.it/roberto-carvelli/pocoinchiostro-gramsci-la-tivvu-e-quel-biondo-tevere_a_22117430/