Il sacco di Roma

“Il sacco di Roma” è il titolo di questa poesia tratta dalla raccolta “Gli incubi di Menippo” (Elliot) di Edoardo Zuccato che oggi vi offriamo in lettura grazie ad autore ed editore.


Il sacco di Roma

Il popolo muore e ride
SALVIANO
Loro piangevano molto.
Noi diventammo tutti ricchi.

HERNANDO DE ALARCÓN

I

Se un giorno si scriverà la Storia dei paesi irrilevanti
nessuno negherà un paragrafetto a questa Italia.

Nell’anfiteatro destinato un tempo a tragedie e commedie,
a pietà e riflessione, andava in scena l’atto unico del teatro dei morti.
Mille salme, evocandosi da sé in una seduta spiritica perenne,
stabilivano regole. Suscitava empatia il linguaggio sciatto
mentre fitti come pioggia fili invisibili scendevano dal soffitto.

Qualche miglioria comparve rispetto ai tempi antichi.
Pare fosse sparito l’imperatore pazzo
e tuttavia in Senato proliferavano i cavalli.
Soppressa la Corte, i cortigiani aumentavano.

Senza parlare dei circenses: aboliti gli spettacoli cruenti,
le botole si aprivano non sul fondo del Colosseo ma nelle case:
tigri e leoni giravano per i salotti sbranando il pubblico,
che neppure lo notava, tutto preso dai gladiatori
che si scannavano allo schermo per finta.

Vivere ai piedi di tanti zeri è una fortuna,
meglio loro di tanti pazzi numeri uno, si discuteva all’inizio
ma il discorso fu messo da parte.





II

Non era stato sempre così. Il fondatore fu allattato da una lupa
che a Roma, ricorda Plutarco, voleva dire anche prostituta,
e cresciuto da un porcaro – pedigree da politico di razza.

Spettò a lui, che vide più avvoltoi di Remo, dare forma alla città.
In realtà non vide nulla, ma la menzogna servì a sopprimere il fratello.
Eresse poi un tempio al dio Asilo
accogliendo schiavi, truffatori e assassini.

La lupa, l’avvoltoio, la menzogna, i delinquenti –
combinazione di geni, il resto, rapida ascesa
su cataste di cadaveri e declino infinito, lo sapete dai libri.

Ma gli imperi fanno a gara,
dagli arabi ai mongoli ai britannici nel piantare bandiere in terra
e poi sulla luna e sui pianeti e nell’aria.

Nessun impero dei corpi sfiorò l’estensione degli imperi dell’anima,
di cui Roma fu di nuovo maestra.
Nel Mille i pescatori di aringhe nelle nere albe d’Islanda rischiavano
la vita
e per mettere l’anima in salvo mandavano decime nella Città Eterna,
come se adesso giungessero tasse da Marte o dall’aldilà.
Come in effetti giungono.

Roma saccheggia o viene saccheggiata
oppure nei momenti di grazia fa le due cose insieme
così sfacciatamente che il saccheggio non si nota
o si fa finta di niente. Di tanto in tanto qualche oca strepita
ma nessuno accorre, se non a depredare quel che resta.

Come per l’inca decapitato, il mongolo dissolto,
il turco e l’austroungarico in miniatura, il sovietico in miseria
non spargeremo lacrime né sospiri, chi se ne importa
di assassini ridotti in cenere da ulteriori assassini.
Li celebrino quelli che il loro posto lo vogliono o già ce l’hanno.




III

Come i fatti diventano cronaca, la cronaca storia, e la storia Storia,
cioè come le chiacchiere si fanno liturgia, le manie leggi, i cadaveri
nazioni,
lo scoprirò un’altra volta.

In questa discarica dell’impero è già arduo vivacchiare,
dove tutto è sporco, approssimativo, umano – cioè inumano –
e gli assassini sono affaristi, intestino cieco.

È lo spettacolo del potere, del male che divora se stesso
dopo aver divorato tutto il resto,
perché questo è il potere che tanto ammiriamo e temiamo,
una bocca uno stomaco uno sfintere.

Spettacolo a cui per forza assistiamo, voyeur di un porno per depravati:
accoppiamenti in famiglia, happy hour di cannibali, asini che inculano
somari,
il parlamento una pasticceria per coprofagi.

Oh dèi, che ve ne andaste di casa alla chetichella
rovesciando la pattumiera in cucina.

Noi siamo cenere, dorata ma cenere.
È forse un obbligo far da mecenati all’umanità
che ricambia nei secoli con grugniti di gratitudine?

Il mio disprezzo non cambierà nulla,
se non che la mia lingua non è marrone
e il fiato che qui prende corpo è aspro ma non fetido.
La libertà è poco più di questo, perciò molti si inginocchiano
davanti a te,

Città davvero Eterna, cancrena alla gamba dove si muove,

davanti a te che meriti di vivere
meno di chiunque, e per questo
durerai a lungo, come ciò che è putrido, malefico, letale.




GLI INCUBI DI MENIPPO  _Layout 1

Edoardo Zuccato è nato a Cassano Magnago (VA) nel 1963 e insegna letteratura inglese all’Università IULM di Milano. ha pubblicato le raccolte di poesia in dialetto altomilanese Tropicu da Vissévar (1996),. Ha curato edizioni bilingui di opere di poeti inglesi romantici e contemporanei. Un suo quaderno di traduzioni, Il dragomanno errante, è
apparso nel 2012. Questa silloge, che segue “La vita in tram” del 2001 e “Ulona” del 2010, mira a raccontare la contemporaneità usando lo stiletto iperclassico ma inconsueto della satira. La passione civile pervade tutta la raccolta e questo estratto.