Sapersi fermare?

Esce Il bene e gli altri. Dante e un’etica per il nuovo millennio, di Filippo La Porta. L’editore è Bompiani che ringraziamo per l’uso di una parte del testo, il capitolo sapersi fermare?.

L’uomo contemporaneo è incapace di “fermarsi” e, anzi, non vede perché dovrebbe farlo (si tratti della soddisfazione immediata di un istinto o della sperimentazione sugli embrioni o del saccheggio della natura). In nome di che cosa: di Dio? Del sacro? Di un ordine metafisico? Dell’utilità collettiva? Della felicità del maggior numero di persone? Della razionalità della Storia? Del futuro delle nuove generazioni? In Dante il peccato nasce proprio dal non sapersi fermare, dall’indiscrezione (intesa in un senso forte, etimologico: incapacità di discernere – di distinguere tra sé e l’altro –, mancanza di misura), dalla hybris, dall’oltrepassare un limite (Ulisse). Non si tratta tanto e solo di impulsività, di offuscamento a causa di un desiderio impellente.

E, anzi, nella prima cantica l’incontinenza, che riguarda lussuriosi, golosi e iracondi, viene considerata meno grave (“e come incontenenza / men Dio offende e men biasimo accatta”; Inf. XI, 83-84) rispetto ai peccati di “malizia” – e cioè di consenso all’azione cattiva, di malvagità consapevole, attraverso il calcolo e la riflessione (e infatti la malizia è punita nel basso inferno, in Malebolge). Piuttosto qui Dante si riferisce all’attitudine a giustificare razionalmente ogni desiderio.

La malizia è sempre intenzionale e implica un’offesa al prossimo (per san Tommaso chi pecca per malizia pecca più gravemente di chi pecca per debolezza: c’è volontà e abitudine, come puntualizza nel De malo). Ricordo solo come l’originaria tripartizione aristotelica di incontinenza, malizia e “matta bestialitade” (Inf. XI, 82-83) si traduca poi in una bipartizione ciceroniana di incontinenza e malizia, laddove quest’ultima si esercita sia con la violenza – bestialità, appunto – sia con la frode.

Così Francesca, nel canto V dell’Inferno, è punita non solo perché ha peccato di lussuria (di incontinenza), violando l’etica civile (che fonda ogni convivenza), e perché, come vedremo, la sua passione ha una natura libresca, ma anche in quanto continua a rivendicare ancora il suo peccato e a protestare la propria innocenza (galeotto fu il libro, lei è senza colpa); giustifica l’incontinenza in modo intellettualistico, capzioso, utilizzando la sua abilità retorica, attraverso un sillogismo che sembrerebbe inconfutabile, richiamandosi cioè a una necessità assoluta (la corrispondenza amorosa).

Il diavolo, lo abbiamo visto, è loico. E quando l’“argomento de la mente” si aggiunge al “mal volere” e alla “possa”, non c’è rimedio (Inf. XXXI, 55-56).

(…)

Oggi l’intera cultura di massa ci spinge continuamente a non trattenerci mai, ad appagare tutti i desideri, a riconoscere qualsiasi limite come intollerabile censura: “Just do it”, esorta la Nike, mentre lo slogan dell’ikea è: “Vivere a modo tuo!” La controcultura libertaria degli anni sessanta – “proibito proibire” – stabilisce una perversa alleanza con il mercato. Perché dovrebbe fermarsi chi approfitta del potere che gli conferisce il suo ruolo professionale (sia egli un medico o un politico o un giudice)? Perché dovrebbe fermarsi uno scienziato che sperimenta la clonazione umana (formalmente vietata da tutte le legislazioni)? Ci si dovrebbe fermare non per un imperativo categorico o per obbedire a un qualche principio (e neanche solo perché lo vietano le leggi), ma perché altrimenti, se non ci fermiamo, sentiremmo di violare un confine invisibile e di entrare nell’irrealtà. Proprio perché la realtà è riconoscere un limite, il limite del proprio io, che è soltanto una parte e non il tutto.




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