Scrivere a colori

Scrivere a colori ovvero su “Cromorama” di Riccardo Falcinelli (Einaudi).

Sui gusti non c’è nulla di scritto. Lo diceva un’amica argentina traducendo un modo di dire della sua lingua: sobre los gustos no hay nada escrito.
Mi devo ricredere. E si ricrederebbe anche lei se leggesse il libro di Riccardo Falcinelli. “Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo” (Einaudi). Un testo che, geniale nell’impostazione come il suo autore, fa chiarezza sull’uso del colore, sulla sua percezione. Ora Falcinelli è un grafico editoriale, uno dei più importanti – chi lavora nel settore lo sa – eppure il suo libro trasuda curiosità e modestia di sguardo. La modestia è data anche dal mettersi in ascolto – se possiamo dirlo con una figura retorica – dei colori. Quelli estratti dai minerali per le tele antiche e distribuiti sul manto delle madonne a testimonianza che più è importante il soggetto più merita dispendio economico dei materiali. Quelli dei prodotti e delle loro réclame (ma voi lo dite réclame?). Dal giallo industriale, ad esempio, quello delle matite al giallo Giuda degli Scrovegni a Padova.

Falcinelli è un figlio d’arte e di circostanze se possiamo chiamare arte il guardare (“Per una di quelle coincidenze che da ragazzi piace attribuire al destino, sono cresciuto sopra un negozio di belle arti dove potevo scendere ogni volta mi servissero un foglio o una matita colorata”).

Di certo non si limita né qui né nel suo lavoro al solo sguardo né allo studio dello sguardo. C’è tanta prova e tanto try and error. Ma certo lo studio non deve essere mancato. Lo sapevate che blu oltremare e nerofumo che oggi quotano più o meno la stessa moneta erano nel Rinascimento patata e tartufo bianco? Io no. Pigmenti e prezzi. Serve a un grafico arrivare a questa grana di raffinazione del ricordo, del sapere?




Sì per capire. Per capire i “gustos”, forse anche per saperli intercettare o creare come succede ai grandi brand:

il Mac della Apple è il primo computer che si propone come oggetto «sportivo», per il tempo libero e il divertimento; un computer davvero personal, come un capo di abbigliamento o, appunto, una tavola da surf.

Ma è il contesto che conta, sì. Il rosso pornografia non è il rosso semaforo. Il maialino rosa non ha nulla a che vedere con il maiale nero medievale. Più buono, in tutti i sensi (sensi percettivi) il peppa pig di oggi. Mettere la cocacola in una confezione arancione ne modifica il gusto percepito, provare per credere, fino all’aranciata. Insomma siamo quello che vediamo. O lo diventiamo.

Così se pure nel 1793 viene promulgata la libertà di abbigliamento e da allora possiamo indossare i colori che preferiamo a duecento anni tutti ci vestiamo più o meno in divisa. E gli abiti, ovviamente, hanno un loro peso: vedi il brano che Falcinelli dedica a “La donna che visse due volte”, il capolavoro di Alfred Hitchcock del 1956.

“Cromorama” è diviso per tinte e riccamente illustrato e ci porta nel laboratorio del colore di tutti i tempi.
Di tutti i capitoletti e dei loro divertenti titoli mi è piaciuto in particolare “Malva modernità. La nascita del consumo e del divismo”. Perché? Perché parla del vestire moderno. Quello sì della libertà che porta la regina Vittoria ad andare a un matrimonio di malva vestita (farebbe piacere ancora?). Lancia la moda, insomma. Che dobbiamo allo studente William Henry Perkin involontario scopritore di tinte. Il pubblico non sempre sa ciò che vuole e, soprattutto, il vero pubblico si costruisce.

Conoscere i colori ha dunque il suo peso di marketing e uno dei più richiesti art director del mercato editoriale non può non averlo imparato. Che poi sappia anche comunicarlo allora sì dei gustos si può ben scrivere.




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